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Fard-Rock Classic: Metallica

Artista: Metallica
Etichetta: Elektra
Anno: 1991

L’album del 1988, And Justice for All, aveva dato ai Metallica la consacrazione definitiva nell’ambiente dell’hard rock portando il miglior esempio di suono metal progressivo fino ad allora mai realizzato.
Con l’album del 1991, senza titolo sebbene sia universalmente noto come The Black Album, la band prese la decisione di avventurarsi in un territorio davvero nuovo: la musica leggera.
In una brillante alleanza tra produzione ed esecuzione, il disco rappresenta il punto di partenza per la parte di carriera dei Metallica in versione mainstream.


Fino ad allora, infatti, il gruppo aveva lavorato senza grandi supporti promozionali da parte della Elektra (storica etichetta del gruppo Warner) e questa volta, date le intenzioni “pop”, venne richiesto l’intervento di un produttore esterno che avrebbe avuto il compito di rendere il suono particolarmente pompato, lasciando alla band l’incarico di scrivere delle canzoni intenzionalmente più accessibili. La scelta cadde su Bob Rock; ai Metallica era piaciuto il suo lavoro coi Motley Crue per l’album Dr.Feelgood.
Le canzoni nacquero in poche settimane, tuttavia il lavoro di studio durò quasi un intero anno. Per la produzione e la realizzazione del disco costò all’incirca un milione di dollari ma vennero ammortizzati già nelle prime due settimane di uscita.
Con uno show-case gratuito al Madison Square Garden di New York, l’album venne accolto in maniera molto positiva e sebbene qualche vecchio fan avesse lamentato un tradimento nei confronti delle sonorità trash-metal del passato, il gruppo fu ricompensato da 14 dischi di platino e un disco di diamante per un totale di circa 30 milioni di copie vendute.
Delle dodici tracce dell’album, ben sei furono pubblicate anche in versione singolo, due delle quali sono oggi da considerare dei veri e propri classici del rock.
Enter Sandman, apre con suoni desueti di chitarra acustica che poco a poco si incrementano de tipico turgore del metal mentre un riff di chitarra diventato storico si contrappone ad una ritmica potente e complessa. Il ritornellone, grintoso e antemico, la renderà la prima canzone tipicamente metal ad entrare nei salotti di chi fino ad allora non s’era mai avvicinato al genere.
Nothing Else Matter, invece, è un brano diametralmente opposto, apparentemente pensato per mantenere i buoni rapporti con il nuovo bacino di utenza, che inscena la prima vera ballad dei Metallica, diversa dai tentativi precedenti (Fade to Black, Welcome Home e One) proprio perché, a differenza di quelli, non aveva sviluppi Trash di alcun genere. L’orchestra sinfonica (diretta dal compianto Michael Kamen) venne utilizzata come elemento principale dell’arrangiamento, lasciando le componenti elettriche ai ruoli secondari. Lo sviluppo standard della canzone, con strofe e ritornelli congegnati in maniera canonica, ha ottenuto il risultato sperato, portando i Metallica nelle alte posizioni delle classifiche di vendita.
Gli altri quattro singoli hanno avuto l’incarico di mantenere il gruppo (ed il disco) in perfetto equilibrio, concedendo colpi al cerchio e colpi alla botte, in maniera splendidamente coerente.
Don’t Thread on Me, con tanto di citazione di West Side Story, è un brano dove spicca la batteria di Ulrich e dove i temi pacifisti del disco precedente (del brano One, in particolare) vengono qui parzialmente ritrattati. Qualcuno ha pensato che si trattasse di una sorta di apologia della Guerra, in particolare per il verso “to secure peace is to prepare for war”.
The Unforgiven, destinata a diventare il primo capitolo di un piccolo serial metal, è una splendida composizione in grado di mettere assieme le atmosfere di Nothing Else Matter con l’anima più tipicamente hard del gruppo. Con reminescenze tanto nel country quanto nella musica da film, The Unforgiven è una canzone intimista e riflessiva che (si) pone molte domande sul significato dell’esistenza.
Whenever I May Roam apre addirittura ad atmosfere orientali (compare persino un Sitar nell’intro) e nonostante questo rimane uno dei migliori esempi di Thrash-Metal dell’intero lavoro. Cambi di tempo, suono potente e un assolo di chitarra da storia del rock.
Più lenta e sicuramente influenzata da certo rock di vecchio stampo è invece Sad But True che si impone come un vero esperimento per le caratteristiche sonore dei Metallica.

Sebbene il suo nomignolo (L’album nero) si riferisca alla copertina, essa non è completamente nera, in ton-sur-ton appaiono sia il logo della band che un serpente preso direttamente dalla bandiera dell’esercito della Virginia il quale, assieme ai versi di Don’t Thread on Me, contribuì al malinteso sull’apologia di guerra, ma permise alla band di cogliere l’occasione per spiegare che il titolo di quel brano fu ispirato proprio dal motto legato alla bandiera che appare in copertina e che il testo non doveva essere inteso come un elogio alla guerra quanto piuttosto ad una sua feroce critica.
Polemiche a parte, fondamentali sotto certi aspetti, il quinto album dei Metallica è da considerare senza alcun dubbio come uno dei più importanti dell’intera storia della musica Rock. Uno dei numeri di maggior spessore di un percorso artistico che ancora oggi, dopo quasi 20 anni, risulta ingombrante nella carriera della band.
Un disco fondamentale che, col senno di poi, è riuscito a convincere anche lo zoccolo duro più estremista ed ostinato riguardo il concetto che un suono più accessibile non sia affatto controproducente o sbagliato.
Metallica arrivò al numero 1 delle classifiche inglesi, americane ed australiane. Operazione che non riuscì ai sei singoli tre dei quali, comunque, arrivarono nelle Top10.

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