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Carl Barât – s/t

Etichetta: PIAS
Tracce: 12 – Durata: 44:23
Voto: 8/10

Il brit pop? Vivo e vegeto!
A ricordarcelo è Carl Barât, l’album e l’uomo.
L’ex maledetto, amichetto di Pete Doherty, fondatore di The Libertines, rinnovatore del verbo punk-inglese di inizio millennio, ora si concede un capitolo solista che sembra una fuga d’amore con Neil Hannon, AKA The Divine Comedy, collaboratore e supervisore del progetto.
Il gusto un po’ sixties e la percepibile voglia di cazzeggio sono i codici necessari per entrare in un disco che probabilmente riuscirà a conquistare anche quelli che i Libertines non sanno nemmeno chi fossero.
L’operazione, se vogliamo, somiglia vagamente a quella del side project di Alex Turner con Miles Kane e si configura come il classico passo, da buon inglese, di misurarsi con la canzonetta anni 60 d’oltreoceano. Quindi manate di northern soul (Run With The Boys), bluesacci à la Animals (Carve My Name), tempi slow-rock di scuola Ray Conniff (So Long, My Lover) fino all’inevitabile rievocazione del Phil Spector Wall of Sound (What Have I Done) che, con la mano di Hannon percepibile sopra ogni cosa, mette a segno un disco gradevolissimo, ben scritto ed arrangiato divinamente tra cori, archi e tutto quello che serve per smuovere i nostalgici e incuriosire i nuovi adepti vesro questa musica leggera, inglesissima, con la voce sovrabbondante di un riverbero demodé che aiuta a mascherare qualche lieve imperfezione dell’intonazione.
Con Carl Barât, l’uomo, si tende a essere magnanimi, a causa di quanto ci ha saputo dare con la band di origine e ci piace che per riemergere abbia scelto una via del tutto inaspettata. Poco il rock’n’roll in senso stretto dentro a Carl Barât, l’album, ma quando c’è sa davvero il fatto suo. Ricalchi di un Iggy Pop grezzo e ubriaco, si mescolano a ritornelli melensi rubati a un qualsiasi Cliff Richards (Death Fires Burn At Night) e qualche volta ci sembra di immaginare lo zio Mick (Jones) che suggerisce a Carl come scrivere una perfetta ballata punk acustica in stile Clash (She’s Something).
Insomma, se Dirty Pretty Things erano la mossa sbagliata, nel tentativo di avere qualcosa libertines-like, stavolta (che con l’amico Pete sembra aver fatto pace) Carl fa le cose per bene anche -e finalmente- da solo, mostrando un’intenzione credibile ed una freschezza nella scrittura scevra dagli ingombri del (suo) passato e piena di divertenti richiami alla memoria storica di noi che le canzonette le abbiamo sempre amate.
Una volta tanto, le sontuose orchestrazioni (curate da Andrew Wyatt) non servono a dar lustro a canzoni altrimenti anonime ma si pongono come piedistallo per pagine di musica pop tra le migliori scritte quest’anno.

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2 Risposte

  1. A me piace moltissimo. Un po’ Paul un po’ John, un po’ Paul (Weller) , un po’ Ray (Davies), un tocco di Madness ultimo periodo. 100% brit. Bello.

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