Etichetta: Santeria / Tannen
Tracce: 9 – Durata: 41:04
Voto: 8/10
In quel filone strumentale fortemente ispirato dalla musica da film (Calibro 35, Guano Padano eccetera) i Ronin occupano uno spazio ben preciso, vale a dire quello della band più strettamente legata a radici di un certo rock che in molte occasioni sembra includerli in un immaginario cantautorale, sebbene i testi non siano quasi mai parte della loro composizione. In questo disco c’è un’eccezione, ma ne parleremo più in là.
Fenice non è solo il quinto album della band ma anche la sua più compiuta consacrazione. Con la chitarra di Bruno Dorella sempre in primo piano e gli arrangiamenti che puntano con particolare intensità a rassodare i chliché di un sound che il mondo intero cerca di imitare ma che appartiene alla cultura e alla storia di noi italiani, rimangono tutti i retroscena morriconiani del caso ed anche quando a metà disco arriva la cover di It Was a Very Good Year (l’eccezione cantata di cui parlavamo poco fa), il disco non riesce completamente ad assumere tinte internazionali e si bea di assumere un carattere tutt’al più italo-americano, citando Frank Sinatra (di cui la canzone è stata un successo) per arrivare sua figlia Nancy e all’eterno Tarantino, dacché la voce di Emma Tricca e l’organetto elettrico di Umberto Dorella (papà di Bruno), convocati per la session, regalano al brano un qualcosa di quella vecchia interpretazione che Nancy Sinatra fece di Bang Bang e che il buon Quentin riesumò per l’apertura del suo Kill Bill.
Il guizzante tex-mex venato di punk diventa, con Fenice, qualcosa di solido e, in qualche misura, raffinato che si concede spesso e volentieri lussi vagamente progressive, come nella brillante Jambiya dove intrecci di pianoforte (omaggio di Enrico Gabrielli) si innestano su telai chitarristici e ritmiche indiavolate, figlie del jazz-rock degli Area, salvo poi portare a casa una cavalcata western tra le più elettrizzanti mai sentite.
La delicata malìa della title track, al contrario, si insinua nell’album come panacea di ogni male, lasciandoci sognanti all’ombra di una pensilina diroccata in mezzo al deserto, dissetandoci con la dolcezza di un tema immortale e affascinante.
Gli arrangiamenti sono dunque il colpo di genio di questo album, anche se raramente prendono il sopravvento sull’emotività della riproduzione. Nella conclusiva Conjure Men in primo piano c’è una sezione fiati da capogiro (opera di Raffaele Kohler e Luciano Macchia) che accennano alla Blaxploitation con movimenti vicini all’Exotica di Martin Denny, un piccolo gioiello che ci fa venire voglia di rimettere a suonare il disco daccapo, certi che sarà uno di quelli che suoneremo di più durante questo 2012.
Disponibile anche in vinile, via Tannen Records.
Archiviato in : Dischi 2012 Messo il tag: | 8/10, Fenice, recensioni, Ronin



























































Il prossimo che mi procuro, sì sì, grazie per averne parlato Jo
P.S.: in arrivo anche il nuovo Calibro 35!