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Twin Shadow | Confess

Etichetta: 4AD
Tracce: 11 – Durata: 41:22
Voto: 7/10

Se avevate dato per archiviata la nostalgia degli anni 80, riaprite pure il file e lasciatevi inondare dagli schizzi che farà il vostro cuore dopo che vi sarete tuffati nel nuovo album di Twin Shadow (al secolo George Lewis Jr.).
Dopo l’esordio di due anni fa (Forget), ora è la volta di Confess il quale, con la medesima formula, propone un’opera di gradevole repechage, talmente convincente da suscitare parole di lode da parte della critica di mezzo mondo e capace di conquistare il pubblico, anche quello più esigente. 

Lo sanno bene alla 4AD, fiero baluardo della più raffinata pop music degli 80′s (CocteauTwins, Dead Can Dance…) ma artefice anche dello sdoganamento tra il popolo dell’indie rock della House Music di Chicago, con un pietra miliare come Pump up The Volume dei Colourbox (rilasciato sotto le mentite spoglie di M/A/R/R/S) che pubblica il disco con una punta di orgoglio.
E così Confess si prende  gioco della nostalgia rendendola l’inevitabile pretesto per mettere in luce un elegante metodo di parafrasi, tra guizzi kitchs in stile Billy Idol (Five Seconds) e momenti che riescono nel compito di coniugare la baldanzosità d
i The Cure con il cuscino bagnato dalle lacrime di Morrissey (The One). Distante dalle grossolanità rievocative di La Roux e più convincente delle ovvie riscoperte della New Wave colta (Interpol, Editors…), Twin Shadow piazza undici momenti di musica moderna in grado di guizzare tra le memorie del passato ma lasciando solo di striscio un retrogusto anni 80. Un calambour di sensazioni che 25 anni fa sarebbero state avanguardia pura e che oggi si manifestano come una raccolta di piacevoli canzonette, piene di riff e di ritornelli pedanti che, nelle mani sbagliate, sarebbero potute diventare una mera rincorsa alle influenze a buon mercato e che invece, per mano di Lewis, appaiono come il convincente veicolo per parlare alle nuove generazioni con un linguaggio che (c’è poco da fare) è il più adatto per mettere in scena questi quadretti di disagio giovanile in salsa electro-pop.
Non c’è nulla di trascendentale e forse nemmeno qualcosa in grado di essere tramandato ai posteri ma la confezione è talmente convincente da arrivare intatta al pubblico più giovane.
I quaranta/cinquantenni brontoleranno un po’ (e forse pontificheranno sulla superiorità di The Human League, Heaven 17 e Culture Club) ma state certi che una copia di Confess la troverete in macchina di molti di loro.


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