Se volete le trombe dei mariachi o le slide guitars impolverate dalle sabbie dell’arizona e se vi preparate allascolto di Garden Ruin con una coppa di margarita tra le dita, sappiate che il nuovo disco dei Calexico per voi potrebbe rappresentare una delusione.
Siamo di fronte all’opera più pop della band di Tucson, nata dopo moltissimi anni al servizio della musica più libera ed emotiva del panorama indie-rock e che si presenta come una raccolta di bellissime canzoni pronte per essere consumate nei nostri giracidì per molti e molti mesi.
Garden Ruin sembra la piccola grande rivincita di Burns e Convertino, l’autentica svolta per una band che, se aveva un limite, era quello di essere troppo legata alle sonorità Tex-Mex.
Con tutto che il sottoscritto adora QUEI Calexico, è innegabile che questo nuovo capitolo rappresenti un salto di qualità sorprendente ed eccitante.
Il cambiamento era dietro l’angolo e il disco di quest’inverno con
Iron & Wine può essere considerato il veicolo di transizione per questo nuovo piccolo gioiello.
Già dalla copertina si evince l’aria di novità: il classico logo dei
Calexico è sparito sostiuito da una font
pennellata che campeggia su un dipinto che poco ha a che vedere con larte elettronica dei lavori precedenti.
La musica si fa più semplice e c’è grande spazio per le armonie vocali. La scelta, precisa e coraggiosa, è stata proprio quella di accantonare (o quasi) le tipiche atosfere messicane per dare sfogo ad un suono più cosmopolita col puro e semplice gusto per la ballata rock. Mancano, per darvi il metro dell’opera, le celebri composizioni strumentali dei Calexico e il numero delle tracce (11) è incredibilmente basso rispetto alla consuetudine della loro discografia.
Con ciò detto, bisogna aggiungere che questa nuova attitudine pop non ha per nulla snaturato i Calexico; quella che ascoltiamo in questo album è proprio la band che conosciamo, con la voce inconfondibile di Joey Burns e le svisate strumentali del grande John Convertino. Qui e là, è ovvio, le slides e i sombreros fanno di nuovo capolino e appaiono le squisite spruzzate Tex-Mex cui siamo abituati (
Cruel), ma non rappresentano (comera invece in passato) l’ossatura intrinseca della musica del gruppo. Ci sono echi
beatlesiani (
Bisbee Blue e
Lucky Dime potrebbero far parte del doppio Bianco), cè un rimodernato folk-beat e ci sono, a completare l’opera, alcune tipiche ballads da pelle d’oca (su tutte la strepitosa
All system red in coda all’album).
Panic Open Strings è un pezzo di rara bellezza;
Devendra Banhart darebbe un braccio per riuscire a scrivere una canzone come questa. Siamo ai bordi del country-rock anni 70 con retrogusto di
Paul Simon ma con una freschezza di idee irraggiungibile da qualsiasi
pisciasotto neo-acoustic.
E che dire di
Cruel, il brano che ha aticipato l’album in versione singolo? Un gioiello stracolmo di dolcezza e poesia da ascoltare in continuo repeat per decine di volte.
Poco altro da aggiungere:
Garden Ruin è un disco epocale, un sicuro mezzo per conquistare un maggior numero di appassionati senza sminuire nemmeno di un millimetro la grandezza di questa band unica.