Mi è capitato per le mani questo disco e ve ne parlo.
Ero incuriosito più che altro dalla presenza di
Manuel Agnelli che, malgrado lo scivolone del CD-Singolo Gioia e rivoluzione (povero Demetrio!) continua a godere della mia stima.
Inoltre
Greg Dulli, leader e voce di Twilight Singers sarà il produttore dell’imminente ed attesissimo nuovo album degli Afterhours.
Però ero un po’ scettico. Sono sempre stato uno di quelli che trovano gli
Afghan Whigs noiosi. Ho comprato, incuriosito dalla critica, ben due dei loro blasonatissimi LP e, in entrambi i casi non ho capito lentusiasmo che scatenavano.
Pazienza, succede. Evidentemente non sono riuscito a interpretare il linguaggio di Dulli. Poco male.
Ora, però sta cosa che Greg Dulli è un genio riaffiora e succede mentre il suo nuovo gruppo pubblica un album di cover (ma cosè lultima moda?).

A parte che una di esse appare anche nel disco (di cover!) di Paul Weller, ciò che colpisce subito sono sostanzialmente due cose: la title track non cè! (E meno male. Non sono tenero con chi rifà i Beatles) e la varietà di generi ai quali Dulli ha attinto è sorprendentemente enorme.
Si va da una felice rilettura elettrica di un classico electro-violinoso di Björk (Hyperballad) a un’improbabile versione di un must di John Coltrane (A love supreme).
Passando per i Fleetwood Mac (What Makes You Think), Mary J.Blige (Real Love) e Gershwin (Summertime, con il nostro Manuel alla chitarra) si arriva a quello che probabilmente è l’episodio più riuscito: Strange Fruit, classico di Lady Day (ma scritto da Abel Meerpol) riempito di atmosfere linchiane e dolenti. Ricorda un po’ Elvis Costello che fa i Beatles (I want you).
Non so ancora se il disco mi piaccia o meno. Certo ascoltarlo è piacevole soprattutto quando le interpretazioni strabordano come nel caso delle già citate Strange Fruit o Hyperballad (ma anche in Too tought to die di Martina Topley Bird e in Please Stay di Marvin Gaye) ma è come se qualcosa non sia espresso completamente. Come se i nomi altisonanti presi in considerazione non bastassero a rendere questo disco imperdibile.
In She Loves You si respira molto di più di quello che è accreditato: Dai Pink Floyd ai Portishead passando per Phil Ochs fino agli Screaming Trees.
E Mark Lanegan, quello vero, nel disco suona veramente.
L’album è fatto di buon mestiere, di onesta capacità e un pizzico di presunzione ben gestita. Suona come un live dei Beatles intenti a rifare i classici dei Calexico. A buon intenditor…