Era la notizia dell’anno scorso: dopo la pubblicazione di You are the quarry (primo album dopo sette anni di silenzio) nei concerti della trionfale tournè promozionale, Morrissey aveva ripreso a cantare le canzoni di The Smiths.
Se fino a qualche anno prima fingeva di voler prendere le distanze da quel repertorio fino quasi a rinnegarlo, oggi (guarda un po’ che caso proprio all’indomani della conclusione a favore suo e di Johnny Marr- della causa inferta dagli ex compagni Rourke e Joyce) quelle canzoni fanno capolino tra quelle dei suoi dischi da solista degli anni seguenti.
Tralasciando amenità legali e monetarie posso dire che se l’atmosfera che si respira in questo
Live at Earls Court somiglia anche solo vagamente a quella di quei concerti, l’effetto deve essere stato davvero da brivido!
L’album è da considerare una sorta di compendio al primo live ufficiale di Moz  (Beethoven Was Deaf) ed è anche, se vogliamo, una rivincita sull’unico live ufficiale di The Smiths (Rank) che, pubblicato a fine carriera per ragioni contrattuali, non rendeva (e non rende) giustizia alla memoria della band.
D’altronde basta prendere in mano il CD per capire che i classiconi del dopo-smiths qui non ci sono. Non ci sono SuedheadFatty, non ci sono International playboysSpeedway.
C’è molto materiale del disco nuovo e qualche sottovalutato capolavoro della carriera solista di Moz (The More you Ignore me, The Closer I Get, November Spawned a Monster), cè una cover di Patti Smith (Redondo Beach) e ci sono ben cinque canzoni degli Smiths: How Soon is Now (in apertura, molto simile alloriginale),  Bigmouth e There is a Light (uniche due in cui lassenza di Marr si sente un po’),  Shoplifters e Last Night I Dreamt (da pelle d’oca).
Una piccola curiosità: in una specie di curioso medley, Moz unisce la sua Munich Air Disaster 1958 a Subway Train di The New York Dolls (band che ha celebrato ad ottobre scorso una sontuosa reunion della quale è stato artefice proprio lo stesso Morrissey).
Insomma un bel disco. A parte l’orribile foto di copertina (ma come ha potuto dare l’autorizzazione!?!) Live at the earls court musicalmente è scorrevole (Boorer a volte è meglio di White e di Marr) e liricamente ineccepibile: Morrissey, che è stato un superbo innovatore, trova qui la maniera di manifestare anche una rinnovata ironia con piccoli aggiustamenti ai testi come, per esempio, l’iPod che prende il posto del Walkman in un celebre verso di Bigmouth Strikes Again.
La sua voce, oggi, pur mantenedo quella timbrica inconfondibile, è forse più bella di un tempo. Cè un dosaggio scintillante dei suoi imitatissimi sovracuti che, insinuandosi in una vocalità che predilige le note più gravi, rende un effetto di intonatissima maturazione anche alle opere giovanili.