Beh, visto che The Blue Nile ci mettono otto anni a fare un disco, penso di potermi concedere il lusso di recensire il loro ultimo lavoro con un anno di ritardo.
The Blue Nile: 24 anni di carriera, 4 album all’attivo. Una media di sei anni di distanza uno dall’altro. High, l’ultimo, è uscito ad Agosto del 2004.
Paul Buchanan, il leader indiscusso del trio è uno di quelli tipo Peter Gabriel o David Sylvian. Di quelli, cioè, che hanno bisogno di ascoltare, riascoltare e manomettere in continuazione il proprio lavoro fino ad ottenere un risultato che rappresenti la perfezione e che sia, una volta finito, un album cui non si abbia la voglia di rimettere mano o di pensare qui avrei potuto fare così.
Il buono è che, a differenza di Gabriel, Buchanan riesce perfettamente nei suoi intenti e non cè un solo album dei Blue Nile che sia sottotono.
La sua ricerca spasmodica della canzonetta ideale mi ricorda un po’ il maniacale percorso musicale di Brian Wilson, pregno di altrettanta geniale caparbietà.
Su High, di primo acchito, può sembrare che Buchanan insista a lavorare sullo schema di sempre, impegnandosi più che altro a lavorare di cesello e di lima piuttosto che di creatività e genio. In realtà il suo obiettivo è centrato in pieno e le nove canzoni del disco sono semplicemente perfette.
Non ce n’è una sola che sembri (sia) nata per riempire un vuoto e ogni singolo suono delle partiture ha senso proprio perché è stato messo in quel preciso punto.
Noioso? No, tutt’altro! È questo il punto: Pur nella matematica perfezione i dischi di The Blue Nile sono densi di poesia e calore. Esile elettronica, drum-machines a 60bpm, chitarra e piano elettrico squisitamente educati e la voce inconfondibile di Paul che canta piccoli-grandi testi. Perfino Craig Armstrong s’è accorto della purezza delle canzoni dei Blue Nile e nel suo storico (fondamentale!) The space between us appare una versione di Lets go out tonight (un pezzo dei Blue Nile da Hats) cantata dallo stesso Paul Buchanan (a dimostrazione del fatto che le canzoni di Paul, hanno bisogno di Paul).
Quindi High è solo un altro disco prezioso pieno di piccoli (anzi grandi) capolavori pop.
Ci sono nomi di illustri compositori che inevitabilmente vengono in mente sentendo The Blue Nile, da Satie a Cole Porter, passando per Bacharach e Morricone, ma senza rimandi stilistici quanto piuttosto riconducibili alla capacità di mettere assieme le note in modo semplice ed esile.
Da qualche parte ho letto che ascoltando questo disco (per esempio brani come The days of your lives o High), vengono in mente certi film di Bergman o di Woody Allen anni 80 (che poi è come dire la stessa cosa) ed è vero. C’è la stessa raffinata e sublime indolenza di quei due maestri nel descrivere le sofferenze sentimentali.
Un disco, High, intenso e affascinante che non riesce a lasciare indifferenti anche se non avete il cuore spezzato.  La dolcezza malinconica di Soul Boy, Broken Love o Stay Close, punta diritta all’anima e… fa centro.