A costo di apparire impopolare parlerò male di Devendra Banhart. La sua musica ha un che di quel folk bislacco e sbilenco che si sente in certi vecchi film(acci) americani. Lui, poi, ha le fisique du role e quella sua faccia da pazzo, quella magrezza inquietante e quella (fintissima) trascuratezza ne fanno un idolo cult per le nuove generazioni. Ecco il punto, dunque: io non faccio parte delle nuove generazioni e la sua intensità mi sfugge, mi rimbalza o, addirittura, mi irrita.
In Cripple Crow, il quarto album in tre anni, mi aspettavo (chissà perché) di trovarci qualcosa che potesse in qualche maniera arrivare fino al mio mondo.
La prima canzone che ho ascoltato (di solito si va in ordine lo so ma… col titolo che ha, capite da soli che l’ho dovuta sentire per prima) è stata The Beatles dal momento che, vista la citazione pepperista della copertina (originale, eh?) e il mio amore per i Fab4, m’aveva ben disposto. Il primo verso dice: Paul McCartney e Ringo Starr sono gli unici due beatles sulla terra Ho pensato: Cazzo, un po’ di ironia, era ora! Macchè! Mi ha fatto sorridere un po’ per poi, in venti secondi, gettarmi nel consueto sconforto. Il pezzo prosegue con una squassante litania colma di gemiti e ululati, stavolta in lessico spagnolo.
La sua aristocratica composizione mi arriva fastidiosa. Prende da Tim Buckley e da Nick Drake senza avere la stessa classe. Altre volte esce un Dylan dilaniato e altre ancora il Nick Cave ultima maniera. Se questo vi appare affascinante, accomodatevi pure. Io non ci riesco. Ci sento talmente poca onestà da irritarmi. Forse sbaglio ma le sensazioni, io credo, vanno assecondate.
Nell’album sarebbe dovuto esserci un forte richiamo al Sudamerica e al Brasile (per il quale la stampa aveva scomodato Caetano Veloso, Tom Jobim e Joao Gilberto) ed ascoltando il disco ci si rende conto che questo si  limita a quattro (su ventidue!) canzoni cantate in spagnolo (NON brasiliano o portoghese). Quattro canzoni del solito stampo freak-folk, nella ricerca spasmodica di millantare talento, che ci fanno immaginare Banhart mentre, alla ricerca spasmodica di avere carisma, balla nudo in un prato sotto un cielo stellato.
Yawn!

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