Loro sono dei grandi. Ci fosse ancora bisogno di ricordarlo, noi siamo qui per questo.
Depeche Mode sono stati per molto tempo gli sfigatini dell’underground. Io che ho passato la quarantina da un po’, me lo ricordo bene: per la critica erano dei mocciosetti, nati sull’onda della grande stagione elettronica di ventanni fa, con tanto entusiasmo quanto brufoli, sempre (all’epoca) un po’ maltrattati per l’incapacità di produrre canzoni epocali. A volte si è proprio ciechi, anzi sordi.
Ma i ragazzi, caparbi e tenaci, hanno lavorato. E sodo! Dopo i due album d’esordio, stanchi di continui tartassamenti, hanno voluto dimostrare di avere la capacità di cambiare e di maturare e si sono prodigati nel ricercare un suono più adulto. Niente! Ancora troppo difficile per la critica ammettere le loro capacità e l’indurirsi del loro suono venne liquidato in poche sciocche parole.
Fortunatamente il pubblico è capace di andare per la sua strada senza curarsi della spocchiosità di certa stampa. Il loro amore ha reso Depeche Mode delle star mondiali, capaci di  vendite da capogiro (anche) negli Stati Uniti.
Le cose cominciarono a cambiare un po’ solo verso la fine degli anni 80 e quando decine di carriere di altri gruppi cominciarono e mostrare la corda, loro emersero come meritavano infilando, uno dopo laltro, degli autentici capolavori pop: Music For The Masses, Violator (con il primo inserimento di strumenti elettrici ed acustici), Songs of Faith and Devotion (e il suo trionfale tour) fino a Ultra ed Exciter.
L’anno scorso si sono concessi addirittura il lusso di pubblicare un Greatest Hits compilato con soli remix. Non nuovi remissaggi bensì (forti della loro longevità) remix d’epoca come quelli realizzati da Adrian Sherwood o Featus. Quante altre band in attività potrebbero fare lo stesso?
Ed oggi eccoli qui a farci nuovamente sbattere il grugno nella loro incredibile maestria. E noi qui, di fronte a loro, al loro nuovo album Playin the Angel a riconoscere, qualora ancora fossimo scettici, la loro tenacia, la loro coerenza e, perché no? Il loro inevitabile ingresso nell’olimpo dei grandi della musica pop.
Sono loro ad essere arrivati fino a noi con così tanta dignità. Loro, non i Soft Cell o The Human League. Loro e non i Tears For Fears o gli Yazoo.
L’unico altro caso simile riguarda i New Order che, però, a differenza dei Nostri hanno all’attivo un cambio di nome e una lunga pausa dovuta ad uno scioglimento.
E quindi parliamone di questo disco. Playing the Angel, in uscita a metà ottobre, che giunge a  quasi cinque anni da Exciter (e dopo le deludenti pubblicazioni soliste di Gahan e Gore)  e ci mostra una band in gran forma, del tutto fresca e generosa.
No, state buoni: non hanno sovvertito i loro canoni, non si sono inventati un bel niente di nuovo. Depeche Mode hanno inciso un album bello e semplice, quasi a ricordarci di essere i paladini della musica leggera internazionale e a confermare la loro estraneità a filoni e mode in questo ossessionante revival eighties dove, va detto, Playing the Angel apparirà quanto mai moderno.
Le consuete atmosfere decadenti e morbose messe a segno ancora una volta da Martin Gore sono arricchite dai testi (stavolta scritti in buona parte da Gahan) che Dave interpreta con una intensità da pelle d’oca. Ci sono le sue debolezze e i suoi fantasmi, le sue inquietudini e le sue gioie. C’è tensione e dolcezza, misticismo, dolore e grazia e cè anche una punta di gigioneggiante autocitazionismo a riconoscersi un carisma guadagnato col sudore della fronte.
Le canzoni sono puro estratto di Depeche Mode con punte altissime di emotività. Ciò che nel disco precedente era riuscita a fare la bellissima Freelove, qui è compito di Damaged People (con la voce di Martin) che mette in scena l’indiscussa maestria del trio di trasmettere un’emozione con poche note e una sequenza ritmica essenziale.
Squisitamente leggera (ed un po’ vecchi Depeche) è la leggiadra Lilian nata, forse, per garantirsi un secondo (o terzo) singolo all’altezza del corrente Precious.
Come ogni vera opera d’arte viene da chiedersi dove stia il trucco. Come i sacchi di Burri che sono così magnificamente comunicativi o i pacchi di Christo che non fanno lo stesso effetto di un pacco qualsiasi, allo stesso modo i dischi dei DM nascondono una formula segreta che li rende affascinanti e preziosi. Pare quasi, e in questo disco più che mai,  che il trucco stia nella sottrazione; nel tirar via l’eccesso lasciando l’indispensabile. Qualità e grande ricerca dei suoni, un impatto da brivido e una produzione impeccabile. L’esperienza ha fatto il resto. Il gruppo ne esce magnificamente con convincente coerenza e una voglia di scrivere belle canzoni che non riesce, se non in qualche piccolissimo e trascurabile episodio, a farli sentire superati.
Un applauso.