Ci fu un momento alla fine degli anni 70 in cui uno tra i più grandi innovatori della scena rock americana decise che proprio quel rock che lui aveva così tanto contribuito a rinfrescare gli andava stretto.
Lui è David Byrne, in epoca in forza ai Talking Heads, che di punto in bianco decise di realizzare un disco a quattro mani con quello che in quel periodo era stato il produttore dei dischi della sua band, Brian Eno.
Che forse nemmeno loro sapessero quale capolavoro d’innovazione stessero realizzando, rimane ancora oggi il punto di forza dell’opera che giunge ai giorni nostri con la medesima carica originale.
L’album è My life in the bush of ghosts che ritorna in commercio in questi giorni con una veste grafica e sonora completamente rimodernata.
Gli storici nastri analogici, che includono anche sette tracce escluse dalledizione originale in LP, sono stati rimessi sui Telefunken dello Sterling Sound Studio di New York per essere ripuliti, remiscelati e editati in favore di un CD che ora tutti possono finalmente avere ed apprezzare.
Un disco che può essere senza dubbio considerato come il naturale compendio a Remain in Lights dei Talking Heads uscito pochi mesi prima (e che, per un gioco del destino ha rivisto la luce in versione rimasterizzata qualche mese prima del qui presente remaster) dove Byrne e i suoi compagni, già coadiuvati dal genio creativo di Eno, avevano portato in un album pop tutte le velocità della metropoli schizoide americana mescolandole a ritmi e poteri magico-esoterici provenienti da un universo posto agli antipodi.
Un album che oggi si collocherebbe nella cosiddetta World Music ma che all’epoca, quando questa classificazione ancora non era stata coniata, appariva come qualcosa di assolutamente straniante.
I ritmi funk e rock dei Talking Heads (di cui il solo Chris Franz, batterista, ha contribuito alle registrazioni di Bush) vennero così a contatto con predicatori televisivi, canti musulmani, musica egiziana e suoni dell’Africa nera fino alla registrazione di un autentico esorcismo, che appare per la prima volta in questa nuova edizione, nella versione che originariamente era stata censurata.
Un lavoro di cesello e di taglia-e-cuci fatto in un epoca in cui i campionatori ancora non esistevano e che, proprio per questo, è denso di vita ed emozione.
Se alla bellezza del disco orginiale aggiungiamo una sonorità rinnovata dal remaster digitale e sette pezzi inediti, viene facile capire quanto impossibile diventi sottrarsi al suo fascino.
Consigliato a chi non ha mai sentito quell’album ma anche a chi, come il sottoscritto, possiede già il vecchio disco in vinile che diviene, di fronte a questo, immediatamente obsoleto.
Tra le note di copertina (ricchissime e dettagliate) troviamo anche una curiosità: nel sito ufficialedell’album è possibile scaricare le 24 tracce originali di due pezzi ad uso e consumo (libero ed indiscriminato, a patto che vengano citati gli autori e gli editori) di chiunque abbia voglia di cimentarsi in personali remix. Nella stessa sezione si possono anche ascoltare alcuni lavori già realizzati da altri remixer in erba.
Un vero piccolo-grande esempio di condivisione offerto da un album che a tutti gli effetti può essere considerato il manifesto primordiale del sound-sharing.

La copertina dell’LP originale

Annunci