Powder BurnsIl nuovo disco di Greg Dulli, sotto le consuete mentite spoglie di The Twilight Singers, si intitola Powder Burns ed esce dopo un periodo di grande attività del suo artefice. Non che Dulli sia mai stato un pigrone ma, davvero, negli ultimi 15/18 mesi s’è dato un gran da fare. Vi bastino le collaborazioni con Mark Lanegan e il lungo lavoro di regia per l’album (in doppia edizione italiano e inglese) degli Afterhours.
Pare proprio che l’attività di produttore, di autore e di musicista gli piaccia molto di più di quella di rockstar e la sua band, giunta alla quarta prova discografica, sembra solo lo sfogo di una creatività debordante.
Registrato quasi tutto in una New Orleans reduce dal disastro Katrina, “Powder Burns” è un disco teso e corposo che risente come al solito delle grandi passioni musicali di Greg Dulli, dal blues al soul al country, condite con la rassegnata disperazione del grunge americano degli anni 90.
Le storie raccontate sono torbide e ovattate, ambientate in sudici motel e notturne strade metropolitane tra sesso, bicchieri di whisky e posacenere pieni di cicche, a riverbero di atmosfere cupe e depresse e di vite allo sbando…
Grande amante delle collaborazioni, Dulli in questo giro chiama attorno a se un paio di vecchi amici e se il primo nome a spiccare è quello di Ani DiFranco (voce e chitarra in Bonnie Brae e nella suggestiva Candy Cane Crawl) non va sottovalutato l’intervento di Joseph Arthur su The Conversation, notturna ballata acustic-cameristica scritta a quattro mani da Dulli con Manuel Agnelli.
Ma non è l’unica occasione in cui il nostro Manuel appare nell’album: dopo solo poche battute della traccia numero 8 vi accorgerete, benché il titolo sia “My time” e il testo sia parzialmente cambiato, che si tratta di “La vedova bianca”, uno dei pezzi più belli dell’ultimo album degli Afterhours inciso dagli stessi anche in inglese con il titolo di “White Widow”.
Divertente anche l’omaggio ai Beatles su Forty Dollars a pagare pegno per l’assenza della canzone omonima nell’album di covers dei Singers di due anni fa intitolato “She Loves You”.
Per il resto ci sono i soliti arrangiamenti pastosi di Dulli (coadiuvato alla produzione da Mike Napolitano) che il sottoscritto non ha mai particolarmente amato ma che vanno riconosciuti come un suo inconfondibile marchio di fabbrica fin dai tempi degli Afghan Whigs. Un disco che potrà anche sembrare imperfetto ma nel quale si respira intensamente l’angoscia di una città devastata nel pieno del fermento per la sua ricostruzione. Un posto dove mancavano i comfort (“la luce se ne andava in continuazione, avevamo il coprifuoco, non c’era acqua calda, in giro era il caos, pieno di polizia e volontari, era una situazione strana…”) ma che, forse  proprio per questo, gode in quest’album del suo miglior tributo.