adom_114__34761__01152009115019-9064Bene, mettiamoci l’animo in pace ed accettiamo la realtà: l’autunno è alle porte e se anche voi, come me, avete necessità di trovare il disco giusto da usare come soundtrack al vostro cambio di stagione e vi serve la musica giusta per rispolverate il giubbetto imbottito e la trapunta dell’IKEA, beh forse ho un suggerimento da darvi. So this is Goodbye dei Junior Boys. Il disco perfetto per iniziare ad acclimatarvi con le temperature meno miti dei prossimi mesi.
Canadesi, e quindi esperti di basse temperature, questi due Boys realizzano con questo album un piccolo gioiello di musica elettronica che, per usare un ossimoro, può essere definito come un tipico esempio di cibernetico romanticismo.
Chi ha amato la scuola elettronica inglese degli anni 80, in realtà, sa bene che questi due antitetici elementi riescono ad andare d’accordo con grande agilità molto più di sovente di quanto si creda e questo disco lo dimostra splendidamente toccando corde malinconiche e rarefatte ma anche lasciandosi andare a cassa in 4 e lustrini da club-culture.
In realtà non cè molto altro da aggiungere; le canzoni sono tutte piacevoli e sebbene l’opera intera non sia il capolavoro che il mondo si aspettava dopo l’acclamato esordio di due anni fa (Last Exit), possiamo tranquillamente attribuirgli doti di grande energia.
Vi bastino le due tracce di apertura (Double Shadow / The Equalizer) a chiarirvi le idee: due formidabili tracce uptempo che strizzano l’occhio alla dance anni ottanta senza scordare una evidente parentela con il glamour dei primi Roxy Music, oppure le morbide macchine  intente a divulgare sinuose carezze sonore percepibili in Caught in a wave o nella sorprendente cover di When no one cares o, ancora, i sentiti omaggi a Depeche Mode (Count Sounvenirs) e Orchestral Monoeuvres in The Dark (dichiarati idoli della band) nella deliziosa traccia conclusiva FM. Se questo non vi sembra ancora abbastanza, provate la traccia 5, In the Morning canzone scelta come primo singolo promozionale che non potrebbe condensare meglio l’essenza dell’intero album: base quadrata, andamento dinoccolato, suoni rarefatti e melodie stranianti. C’est tout : una dimostrazione lapalissiana che anche un genere  abusato e, per certi versi, facile all’obsolescenza come il Technopop può brillare in eleganza e stile se mosso dal sacro fuoco dell’inventiva.