Boh. Sono stupito. Ma non mi stupisce che Iggy Pop abbia rimesso in piedi The Stooges. Ciò che mi stupisce è aver letto tanta aspettativa prima che The Weirdness fosse sul mercato e tanta delusione dopo.
Insomma, non so: che vi aspettavate da un gruppo di giovincelli intorno ai sessanta in preda a un rigurgito giovanilista? Io mi ero immaginato un disco esattamente come questo: un rock un po’ tamarro e ottuso, fatto di riff semplici e diretti figli (o padri?) del punk rock più sanguigno, pregno di melodia e batteria violenta(ta) come The Stooges sapevano fare ai bei tempi e come, era presumibile pensare, sanno fare ancora oggi con la stessa grinta di allora. È un bel disco rock. Niente altro, niente di più. Il fatto che a confezionarlo sia stato un monumento di questo genere, alimentato dalla lunga pausa che corre dal precedente lavoro in studio (Raw Power, 1973), è del tutto irrilevante.
The Weirdness trasuda disperazione e rabbia allo stesso modo di Fun House. Iggy è in gran forma e se non fosse che conosciamo il suo passato e i suoi trascorsi, potrebbe serenamente spacciarsi per un adolescente incazzato.
La produzione è affidata a Steve “In Utero” Albini e il suo tocco è davvero prezioso. Svecchia quel tanto che basta certe piccole trascuratezze punk e ci riporta, così come non se ne fossero mai andati, gli Stooges a casa.
Se volete qualcosa di nuovo, elettrizzante e sconvolgente, potete bussare ad un’altra porta.
I Rolling Stones sono invecchiati (male) sotto i nostri occhi. Gli Stooges lo hanno fatto di nascosto, ripresentandosi oggi, con il viso segnato di rughe, senza cedimenti nostalgici nel sound. Poco importa se Iggy nel frattempo ha fatto altre cose (più o meno belle). Questa è la sua creatura giovanile, che torna a ruggire come allora con un fardello di decenni che talvolta si fa sentire ma che molto più spesso passa in secondo piano, lanciando nelle casse dello stereo solo un carico di punk rock appena appena spolverato di nostalgia.
Il bello di questo nuovo album è che è destinato a nuovi adepti. Non è un gioco a come eravamo e quando lo diventa risulta semplicemente inevitabile. Iggy e i fratelli Asheton sono sempre al loro posto. Al basso c’è Mike Watt (scusate se è poco!) al posto dello scomparso Dave Alexander e se dispiace un po’ per l’assenza di James Williamson, sicuramente c’è di che consolarsi tra le note di queste 12 tracce senza infamia e senza lode che riescono a rassicurarci nei momenti in cui abbiamo bisogno di quaranta minuti di quel rock essenziale e truzzo che solo una reunion come questa poteva offrire.
6/10

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