Etichetta: Atlantic
Voto: 5/10

Marco di dischi fa la collezione e conosce a memoria ogni nuova formazione. E intanto sogna di andare in California o alle porte del cosmo che stanno su in Germania… Dice: “Qua da noi in fondo la musica non è male, quello che non regge sono solo le parole”. (Eugenio Finardi, 1976)

Francesco Bianconi si ferma e volge lo sguardo indietro per cercare di riassumere quanto sia accaduto negli ultimi anni alla nostra canzone leggera. A seguirlo, ci sono i soliti fidati compagni Rachele (Bastreghi) e Claudio (Brasini). Tutti assieme si trasformano nella creatura Baustelle e danno vita a quindici pezzi che, travestiti da canzonette pop, cercano di sovvertire quel concetto che qui da noi a non reggere siano “solo” le parole.
Le parole di Amen, ultimo loro disco, sono senza alcun dubbio molto ben scritte e, secondo la scuola di Franco Battiato, Bluvertigo e LaCrus, il tentativo di abbinarle alle trame musicali della canzonetta sanremese, riesce senza troppe difficoltà.
Il progetto dei Baustelle suppongo sia questo.
Lo stesso non capisco se ci sia intenzione oppure se sia una semplice coincidenza ma l’apparenza è che si cerchi di fare di Francesco Bianconi l’erede di Ivano Fossati.
E in effetti le analogie sono parecchie. Se la più evidente è che anche Fossati arriva da un gruppo pop (i Delirium) un’altra è che Bianconi l’estate scorsa ha regalato una perla pop come Bruci la Città a Irene Grandi che corrisponde più o meno a quello che molti anni prima fece Fossati con Pensiero Stupendo per Patty Pravo e Un’emozione da Poco per Anna Oxa.
Beh, Bianconi lo prenda come complimento e a lui tutti i nostri auguri per la riuscita di queste ambizioni, qualora fossero azzeccate.
Per il resto mi sento di dire che Amen è un discreto album di musica leggera pur tuttavia senza mai regalare il benché minimo brivido. Le canzoni sono scritte, suonate e cantate con la testa. Non c’è cuore. Mai.
Sia chiaro, non è questo di per sé un difetto: Lucio Battisti ha dedicato l’ultima parte della sua carriera a realizzare formidabili album “di testa”. Il punto è che, nel caso di Amen, l’apparenza artificiosa conferita alle canzoni, in certi passaggi nuoce all’insieme della produzione. L’aspetto omologato ai canoni del pop “adulto” della canzone d’autore, finisce spesso per appiattire le prerogative e le differenze che potrebbero affiorare con un piccolo sforzo a lasciarsi andare un po’ di più a passione e sudore.
Un peccato perché alcune tracce mostrano entusiastiche possibilità. La bella L., l’unica vera canzone d’amore del disco, per esempio è davvero squisita. Altrettanto lo è Antropophagus con una sorprendente visione apocalittica (ed anche un po’ politically scorrect) sulla questione dei ghetti spontanei per extracomunitari che nascono in tutte le città italiane. Non è male nemmeno l’atmosfera della DarkRoom ricreata nella canzone dallo stesso titolo e assolutamente perfetta la mesta misticità di Andarsene Così.
Per il resto ci si sente come a scuola, al cospetto del secchione di turno e se è facile immaginare che molti acquirenti del disco non abbiano idea di chi fosse Afredo Rampi, probabilmente qualcuno proverà disagio nel sentirsi impartire lezioncine sulle gesta di Pietro Badoglio. Se ciò non bastasse, vengono buttati nel calderone riferimenti poetici da seconda ginnasio (Baudelaire) o ad artisti contemporanei di grido come Maurizio Cattelan autore dell’opera Charlie Don’t Surf cui è ispirata la canzone del singolo (e a sua volta ispirata da una vecchia canzone di The Clash). Riuscire a spogliarsi di quest’antipatica boria, gioverebbe con certezza alle sorti della band. Non di meno basterebbe imparare che alzare il ditino è spesso controproducente. Nessuno ha voglia di essere indottrinato da un complesso pop. Lo ha capito anche Fossati.
Rimane innegabile che Amen sia un disco gradevole per il quale, forse, si è un tantino esagerato nella messa in scena.

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