Etichetta: American Laundromat
Voto: 4/10

Un album tributo a The Cure è più o meno dovuto.
Una band (o forse sarebbe il caso di parlare del solo Robert Smith?) in attività da trent’anni, sia pure con qualche interruzione, un riconoscimento se lo merita di sicuro.
Forse quello che non si meritava è il basso livello di Just Like Heaven.
The Cure meritano senza alcun dubbio molto più rispetto. Badate che chi scrive non è un grande fan, tutt’altro. Io sono uno che li ha seguiti nella prima ora e che non ha molto amato la produzione degli anni 90. Ciò nonostante ho sempre ammirato Robert Smith per la costanza e i tentativi fatti per tenere alta, riuscendoci, l’attenzione verso la sua band.
Tutto si può dire di The Cure, tranne che manchino di dignità. Le loro canzonette sono nel cuore di persone di tre generazioni.Per chi va verso i cinquanta come il sottoscritto, Jumpin’ Someone Else’s Train e Boys Don’t Cry sono pezzi di cuore, ricordi dei 20 anni, le canzoni che “entrano nell’anima”, come direbbe Simona Ventura. Insomma quelle cose lì che ci troveremmo a difendere anche se qualcuno s’azzardasse mai a dirci che sono solo pezzettini pop.
Suppongo (è evidente) che The Cure siano riusciti nello stesso intento anche con quelli meno vecchi di me regalando, negli anni seguenti, canzoni evidentemente a loro indirizzate.
Spesso sento parlare del loro capolavoro riferendosi a The Head on The Door. Per me i capolavori stanno altrove ma quell’album ha una forza formidabile, che fa transitare i Cure verso una maggiore visibilità. L’intenzione indiscutibile era di introdurre la band nel mondo del Pop da classifica, con buona pace di quelli che trovano questo irrispettoso.
E infatti io, che non demonizzo affatto il Pop e che, anzi, ho verso di esso una forma di deferente bisogno, penso che The Head on The Door, abbia il merito di proporsi in una maniera serenamente Easy, ma senza mai abbassare la testa.
Ecco perché trovo grave il voler a tutti i costi caricare di seriosità certe canzoni che non hanno nessuna necessità di guadagnare in dignità.
Questo Just Like Heaven presenta sedici brani dei Cure riletti da altrettante band indipendenti, quasi tutte con voce solista femminile (e conseguente modifica al testo), che manca, come dicevo, un po’ dello spirito originario.
Nessuno pretende riproposizioni pedisseque da karaoke; ma restare fedeli allo spirito che le ha generate è fondamentale.
Close To Me era bella proprio per quell’andatura scema. La cover rallentata degli Elk City è densa di un’enfasi talmente aliena al brano che finisce per toglierle il decoro.
Lo stesso discorso vale per Boys Don’t Cry che sotto le grinfie di The Submarines diventa una lagna emo senza cuore né corpo (
video).
A salvarsi sono solo pochi titoli e rappresentano quelle cover che cercano prima di tutto di mantenere alta la carica catchy delle originali. Su tutte preferisco In Between Days dei Kitty Karlyle (video) riletta in stile Lemonheads, mentre la più infelice è sicuramente l’orribile Jumping Someone Else’s Train massacrata dai Luff (video).
La deliziosa Friday I’m In Love (rifatta da Dean & Britta) prova a mantenere la leggerezza del modello ma ci riesce solo in parte, investendo la cover del compito ingrato di trasformarsi in un imbarazzante duetto.
Insomma stiano alla larga tutti i fans di The Cure ma anche quelli delle band coinvolte nel progetto, poiché la somma non rende giustizia a nessuno.
Con l’augurio che prima o poi qualcuno si prenda l’incarico di rendere omaggio a Robert Smith in maniera più consona. Questa la tracklist completa.

Just Like Heaven
Joy Zipper
The Lovecats Tanya Donelly, Dylan In The Movies
Lovesong The Brunettes
In Between Days Kitty Karlyle
Friday I’m In Love Dean & Britta
Jumping Someone Else’s Train Luff
Boys Don’t Cry The Submarines
Close To Me
Elk City
The Walk The Rosebuds
Pictures of You Elizabeth Harper, The Matinee
Let’s Go To Bed Cassettes Won’t Listen
Catch Devics
A Night Like This Julie Peel
10:15 Saturday Night
The Poems
A Strange Day
Grand Duchy
High The Wedding Present

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