Etichetta: Thrill Jockey
Voto: 8/10

A festeggiare i quindici anni dall’esordio, tornano con un nuovo disco i Tortoise.
Capolista della brillante scena di Chicago del decennio scorso, inventori del post-rock, intelligenti e intellettuali, artisti e cazzari, citazionisti e dissacratori, i Tortoise non incidevano un disco dal 2004 (It’s All Around You) se escludiamo la collaborazione con Bonnie ‘Prince’ Billy per l’album di cover The Brave and The Bold e qualcuno aveva persino messo in giro la voce che la band non esistesse più.
Per questa ragione l’arrivo di Beacons Of Ancestorship ha sorpreso parecchi.
Sebbene fosse in realtà atteso da molti, la possibilità che si concretizzasse per davvero assumeva spesso toni da leggenda. Sia i fans della prima ora che quelli più giovincelli che li hanno scoperti solo recentemente, magari proprio nella loro veste di backing band per Will Oldham, si sono ritrovati, di punto in bianco, la notizia che i Tortoise avevano registrato un disco nuovo con tanto di strillo sul sito ufficiale pieno di dettagli, copertina, streaming e prime date del tour.
Quindi, eccolo per davvero.
Lo metti a girare e High Class Slim Came Floatin’ In mette subito in chiaro tutto: Tortoise hanno fatto un gran bel disco. Il primo numero ha caratteristiche da suite in tre movimenti. La band va all’impazzata tra soundtrack, electro, jazz, rock, ambient. Tutto in solo brano. Picchiano sull’acceleratore, tirano il freno a mano, derapano, rallentano, volano, si schiantano, riposano.
Con Prepare Your Coffin, si arriva su territori quasi progressive. Non è difficile farsi venire alla mente i King Crimson: elettronica maldestra che esce da synth polverosi sorretta da un basso che ricorda proprio il John Wetton di Red. Una cavalcata spensierata che arriva prima del numero quasi-dance offerto da Northern Something.
Yinxianghechengqi, fin dal titolo (non ho idea se abbia qualche significato), è forse il pezzo più strampalato dell’album. Una specie di riassunto delle puntate precedenti per far comprendere ai neofiti l’opera dei Tortoise. Una corsa a perdifiato tra riff insospettabili, distorsioni spietate con innesti psichedelici di calma rassicurante e gorgheggi improvvisati in atmosfera da sceneggiato TV anni 70.
Una cosa che è necessario riconoscere in questa band è l’inesauribile creatività che la contraddistingue e che, anche in questo nuovo capitolo, non viene affatto smentita.
Sembra incredibile ma, pur connotando ogni nota con formidabile coerenza e riconoscibilità, è una certezza il fatto che ogni nuovo album dei Tortoise riesce in qualche modo a sorprendere con musica originale ed eccitante.
Prendete per esempio il pezzo che chiude l’album (Charteroak Foundation): un arpeggio di chitarra su un tappeto di tastiera crea un’atmosfera malinconica e delicata sulla quale, dopo 40 secondi, si giustappone un ritmo sincopato in controtempo per un effetto straniante e spettacolare. Brivido.
Questi sono i Tortoise, pirotecniche invenzioni musicali ottenute con il semplice metodo della coesione e della intuitività capaci di generare una musica tanto platealmente cervellotica quanto in grado di raggiungere i meandri imperscrutabili dell’emozione.