HumbugEtichetta: Domino
Voto: 8/10

Si sente dove c’ha messo le mani Josh Homme e dove invece è toccato a James Ford, i due produttori di Humbug, il nuovo disco di Arctic Monkeys.

Sì, la prima impressione è quella che il terzo capitolo scimmiesco si destreggi, senza lasciare spazio allo stupore, tra le ormai consacrate due anime di Alex Turner: una, quella che io preferisco e messa ben in evidenza col side project The Last Shadow Puppets, squisitamente easy-listening mentre l’altra, servita con arte e rigore, diretta agli amanti dell’indie rock più ruvido e sanguigno.
E non crediate che in questo secondo aspetto sia reso troppo evidente l’apporto di Homme. Per niente, direi. Pare che Mr. Kyuss si sia limitato a dare libero sfogo alle potenzialità della band, senza imporre la sua presenza ma lasciando che l’ormai consolidato sound degli Arctic Monkeys potesse esprimersi liberamente.
Se questo, in certi momenti, appare anche un po’ il limite di Humbug, in altri denota l’evidente voce in capitolo che i ragazzi hanno in fase di produzione.
Oh, intendiamoci, Josh Homme non se n’è stato con le mani in mano a dire “suonate!”, tutt’altro. Però il suo apporto non ha snaturato la qualità principale del gruppo che è quella di confezionare un pub-rock tipicamente british con un linguaggio magnificamente innovativo fatto di ritmiche incessanti dove anche la chitarra viene usata come fosse un rullante.
Homme ha portato un po’ della sua esperienza (diciamo) psichedelica e gli arrangiamenti sono spesso impigliati nelle atmosfere trasognate che abbiamo sentito nei dischi di The Queens of The Stone Age e (soprattutto) The Eagles of Death Metal.
L’assolo di chitarra sul singolo Crying Lightning, per mettere subito in chiaro le cose, oltre che essere stupendo è la prova tangibile dell’apporto di Homme al disco. Se il resto del pezzo sembra un outtake di Favourite Worst Nightmare, con quell’assolo diventa immediatamente il singolo trainante dell’album.
Se l’impressione, a volte, porta con sé il sospetto che si tratti del tipico album scritto in tour, dedicando alla composizione i ritagli di tempo che i viaggi e i concerti hanno concesso, altre volte è inevitabile ascoltare una profondità che non lascia dubbi: quand’anche fosse vero che le canzoni sono nate tra una data e l’altra, la mano di Turner risponde in modo eccellente ad un’inequivocabile capacità.
I testi sono tutti stupendi e il numero di apertura (My Propeller) è un gioiello che merita una strizzatina d’occhio dallo zio Morrissey.
E il nome di Morrissey torna alla mente anche altre volte, mentre il disco suona Secret Door, per qualche giro, sembra proprio di sentire una dalle nichiliste ballate di Moz fino a quando, improvvisamente, i Monkeys non decidono di sovvertirne l’impianto trasformandola in qualcosa di coerentemente moderno.

Si tratta di un pezzo che si configura nella parte, più malinconica e leggera, in carico a James Ford e che, con qualche violino, non avrebbe sfigurato nella tracklist di The Age Of The Understatement.
Qualche cedimento c’è, è inutile negarlo, ma quando il livello si alza anche solo di un millimetro… non ce n’è davvero più per nessuno.
Si tratta di un disco che ferma alcuni punti fondamentali della carriera della band di Sheffield, autorizzandone l’ufficiale ingresso nella storia del rock attraverso l’inevitabile fase di transizione da moccioso-e-ribelle-teddyboy a seria-e-professionale-rockstar.
In questo senso è esemplare la chiusura dell’album con un brano (The Jeweller’s Hands) che esprime le capacità di Turner sia sul pentagramma che sul quaderno dei testi.
È una canzone pop moderna e carica della stravaganza interpretativa e che diviene veicolo imprescindibile per la futura carriera di questi ragazzi.
Le idee in Humbug tracimano talmente da rendere difficile l’identificazione della sintesi applicata in fase di confezione.
Il gruppo suona come sempre in modo esemplare, senza le sfrenatezze di cui non sarebbero capaci e tenendo, al contrario, le redini sulla propria attitudine al servizio di un progetto che è ad un’evidente punto di svolta.
I frutti stavolta si intravedono appena ma saranno evidenti nel futuro, sempre che i ragazzi decidano di prendersi il tempo necessario per lavorarci con l’adeguata tranquillità.

(Aggiornamento del 21 Settembre)