Lo ricordo benissimo quando Robert Smith rimise insieme The Cure dopo lo scioglimento dovuto ad una furibonda litigata durante il tour di Pornography. Annunciando che la band s’era riformata disse che, raggiunti i 40 anni, si sarebbe ritirato dalle scene.
Solo ora capisco che intendeva 40 anni di attività della band, dal momento che lui a 51 anni non sembra intenzionato ad appendere la chitarra al chiodo.
Al contrario la band sta organizzando i festeggiamenti per il trentennale di Faith e, per questa ragione, pare che Lol Tolhurst, primo batterista della formazione (passato alle tastiere dopo la reunion di cui sopra) stia cercando di rientrare nella band.
Laurence Andrew “Lol” Tolhurst (nella foto è il primo a destra, cliccateci sopra per allargare), è stato con Robert Smith uno dei fondatori di The Cure dai quali fu allontanato nel 1989 per problemi legati all’alcolismo.
Poco tempo dopo portò Smith in tribunale, per una questione di diritti non pagati, vincendo la causa e spillandogli una cospicua sommetta.
Alla cerimonia di premiazione, come band dell’anno ai BRIT Awards del 1991, Robert Smith ringraziò per nome tutti gli ex-membri, tranne Tolhurst.
Come in tutte le favole, una decina di anni più tardi tra i due s’accese un barlume di riappacificazione e, pur continuando a mantenere separate le carriere artistiche (Lol iniziò a lavorare come produttore per And Also The Trees e, più tardi, con la sua nuova band Levinhurst), i due amici decisero di mettere una pietra sopra ai passati dissapori.
Ecco perché il rientro ufficiale di Tolhurst come batterista di The Cure potrebbe non essere campato in aria.
L’auto-candidatura è arrivata in un’intervista in una radio di Los Angeles, durante la quale Tolhurst ha esposto l’idea concludendo: “adesso la palla passa a Robert”.

Qui sotto The Cure in quella che io considero la formazione migliore: Robert Smith (chitarra e voce), Simon Gallup (basso), Matthieu Hartley (Tastiere) e Lol Tolhurst (Batteria).
Il pezzo è Play For Today, tratto dal secondo album Seventeen Seconds, assolutamente il mio preferito dell’intera discografia. Prima del dark, prima delle acconciature imbarazzanti, prima del rossetto nero sbavato. Con la Fender Jazzmaster di Robert, stracolma di flanger, che crea un suono nuovissimo, personale, ancora oggi limitatissimo e inconfondibile.