Artista: Japan
Etichetta: Hansa International
Anno: 1979

Il terzo album dei Japan è considerato da molti (e a ragione) come il vero punto di svolta della carriera del gruppo e di David Sylvian.
I primi due dischi, Adolescent Sex e Obscure Alternatives, non erano che (pur eccellenti) prove discografiche di una band alle prese con la passione giovanile per il glam-rock degli anni 70. Lo stesso pseudonimo del cantante (all’anagrafe David Batt) non era che un omaggio a Sylvain Sylvain di The New York Dolls e il trucco pesante adottato per le esibizioni in pubblico era l’altro fondamentale indizio per indicizzare la loro musica.
Nonostante le vendite andassero discretamente, la Hansa International, che li aveva sotto contratto, fu la prima a capire che quell’immagine un po’ retrò cominciava ad andar loro un po’ stretta e convinse il quintetto a collaborazioni azzardate come quella col deus ex-machina della disco elettronica, Giorgio Moroder. Ne nacque un singolo (Life in Tokyo) che deve essere considerato come il vero spartiacque nella direzione stilistica della band.
Sebbene già nei primi due dischi ci fossero influenze di musica elettronica, stavolta i sequencers e le tastiere erano diventati l’impianto principale della loro musica. Un esempio ante litteram di quell’ elettro-pop che in breve tempo avrebbe invaso le classifiche di tutto il mondo.
Grazie a Life in Tokyo, i Japan iniziarono a prendere in considerazione una strada meno influenzata dal rock tradizionale, in favore di composizioni di maggior respiro, con arrangiamenti ariosi e vagamente decadenti che, una volta tanto, cominciavano ad andare di pari passo con il gusto del pubblico.
La voce di Sylvian si fece più interessante e sebbene il punto di riferimento fosse sempre un maestro del glam come Bryan Ferry, l’impostazione cambiò radicalmente, portando la sua timbrica sui registri bassi che oggi conosciamo bene.
Così, quando nel 1979 iniziarono i lavori per l’album Quiet Life, venne coinvolto John Punter, regista dell’analogo passo dei Roxy Music di qualche anno prima. Già con l’arrivo del singolo omonimo, pubblicato con qualche settimana di anticipo sull’LP, furono in molti ad alzare le antenne: i Japan avevano davvero creato qualcosa di nuovo. Pur tuttavia senza abbandonare qualche reminescenza di quel rock pungente che aveva caratterizzato i primi due dischi, stavolta il loro suono puntava ad una nuovissima commistione di pop, dance, rock e new wave. Quiet Life è un album guardato con grande interesse principalmente dagli addetti ai lavori. Il pubblico, bisogna riconoscerlo, riuscì a capirne il valore anche più velocemente premiandolo con un 53esimo posto in classifica, attività preclusa ai due lavori precedenti.
Nel mondo della discografia e tra le giovani band inglesi, quel suono deve essere stato percepito come l’uovo di Colombo, l’elemento giusto per dare una direzione nuova all’industria musicale britannica (e non solo), tanto che in qualche mese furono centinaia le band che si misuravano con sonorità e look inaugurati dai Japan.
Sylvian, Jansen, Karn, Barbieri e Dean gettarono le basi per la musica inglese degli anni 80, aprendo la strada a Duran Duran, Associates, Classix Nouveaux e ai nuovi Ultravox di Midge Ure.
Oltre alla title track, brani come Halloween o Fall in Love With me sono da considerare come pionieristici esempi di electro-pop mentre il make-up raffinato e un po’ femmineo ostentato nella copertina dell’LP, assieme ad un abbigliamento elegante e di moda, si sbarazzavano definitivamente degli eccessi degli esordi puntando a emulare il gusto e la classe di David Bowie, Brian Eno e, di nuovo, Bryan Ferry. Indiscutibilmente siamo al cospetto del primo segnale New Romantic, sebbene i Japan abbiano saputo prenderne le distanze già con l’album successivo.
A colpire più di ogni altra cosa, fu l’introspezione di alcuni brani come The Other Side of Life, In Vogue e Despair, in particolare grazie a due elementi come la voce di Sylvian, che sfoggiò una timbrica da crooner moderno fino ad allora rimasta assopita, e la tecnica del bassista Mick Karn, presa da musicisti come Charles Mingus o Jaco Pastorious, che connotarono in modo pressoché definitivo l’impianto sonoro del gruppo . Gli arrangiamenti degli archi, la giusta commistione di tastiere e ritmica, furono vincenti e i Japan cominciarono finalmente a godere di una gloria per una carriera già ampiamente avanzata.
Quiet Life è anche l’ultimo disco nel quale appare il chitarrista Rob Dean, che abbandonò il gruppo in seguito proprio alla direzione musicale imposta da Sylvian e Karn (che con il disco successivo si dimostrarono davvero poco inclini all’uso della chitarra). Ciò nonostante, l’apporto di Dean a Quiet Life è davvero eccellente e il suo preciso metodo esecutivo si dimostra splendidamente adatto al suono dell’album.
Le pennate funk, contrapposte ai break ritmici dei fiati, anche nelle composizioni più introspettive, sono davvero molto innovative tanto che il gruppo, nel celebre tour di fine carriera, fu costretto ad assumere un chitarrista session-man (Masami Tsuchiya della band giapponese Ippu Do) per riprodurre certi passaggi in concerto troppo complicati per la tecnica di Sylvian (che inizialmente s’era preso in carico lo strumento abbandonato da Dean).
Sebbene all’epoca fosse opinione comune che i capolavori dei Japan fossero i due dischi successivi, con il senno di poi è probabile che oggi ci tocchi rivedere quelle posizioni ponendo Quiet Life come l’album più importante nella carriera della sia della band che dei singoli elementi, quello che, grazie ad un minore abuso di ricercatezza, è arrivato ai nostri giorni con minori segni del tempo.

Tracklist:

Side 1:
Quiet life – 4:52
Fall in love with me – 4:37
Despair – 6:01
In vogue – 6:36

Side 2:
Halloween – 4:26
All tomorrow’s parties – 5:43
Alien – 5:04
The other side of life – 7:29

Brani scritti da David Sylvian eccetto All tomorrow’s parties, di Lou Reed

Formazione
David Sylvian – Voce, chitarra
Steve Jansen – Batteria e percussioni
Mick Karn – Basso, sassofoni e voce
Rob Dean- Chitarra
Richard Barbieri – Sintetizzatori e tastiere