Etichetta: One Little Indian
Tracce: 10 – Durata: 49:38
Voto: 6/10

Biophilia di Björk esce domani anche nei formati tradizionali.
La novità, per così dire, del nuovo disco (l’ottavo della carriera di Mrs. Guðmundsdóttir, se si escludono due episodi giovanili) sta tutta in una certa essenzialità dei suoni, con arrangiamenti ridotti ai minimi termini confezionati con apparente semplicità (ma in realtà traditori di un eccesso di minuzia) e vicini a certe sperimentazioni della recente scuola newyorkese, come se l’esperienza coi Dirty Projectors non fosse giunta casualmente.
Biophilia è una proposta ambiziosa, sul tema delle relazioni tra l’uomo, la natura e la scienza, che oltrepassa i confini della musica registrata per inoltrarsi in quelli dell’arte.
Conscia che il concetto appaia un po’ risaputo,
Björk ha spinto verso lo sviluppo di un progetto ampio, fatto di applicazioni per iPad, video diretti da maestri visionari come Michael Gondry e elaborazioni elettroniche fornite da illustri penne della musica digitale dei nostri tempi come Damian Taylor a Matthew Herbert. Con queste premesse era lecito aspettarsi che il disco estratto da un progetto tanto ingombrante potesse anche essere debole, come se tutto quell’ambaradan fosse stato messo in piedi per supportare una carenza di creatività musicale. Al contrario, invece, Björk confeziona un lavoro migliore del precedente Volta e sicuramente degno delle aspettative dei fan più accaniti, con sinceri esercizi di ricerca, volti a perseguire un’operazione art-pop sonoramente corposa, dove ogni brano si sviluppa attorno all’utilizzo di strumenti non tradizionali (nessuna chitarra e nessun pianoforte) che fungono da spina dorsale per ogni traccia. Ci sono sintetizzatori analogici, fiati desueti (corno, clarino basso, bassotuba), archi (solo) pizzicati ed anche qualche strumento inventato per l’occasione tra cui un non meglio identificato pendulum, un’arpa gravitazionale, una bobina di Tesla ed una gameleste che, da quel che si capisce, abbina le caratteristiche della celesta al concetto di Gamelan.
Sì, insomma, un disco che si pone come parte di una installazione dal cui concetto può difficilmente essere isolato e che ha in questo anche il suo principale difetto.
Björk è vocalmente piuttosto limitata e, senza che mi fraintendiate, vorrei condurvi sulla mia visione riguardo un’interprete che rifiuta qualsiasi nuova direzione, come se questo metodo canoro fosse l’unico a lei concesso e vi fosse una sorta di negazione all’alternativa. Gli arrangiamenti e l’operazione sulle strumentazioni di Biophilia fanno pensare al contrario ma la sua voce, in grado di incantare le folle per anni, sembra aver esaurito ogni scorta emotiva, lasciando fuori solo l’aspetto tecnico e meccanico. Trattandosi, poi, di un elemento molto presente e consistente, risulta un po’ difficile giungere al termine dell’opera senza sentire una certa spossatezza. A discolpa c’è sicuramente un’intenzione che esula completamente dall’aspetto commerciale ed è necessario sottolineare che Biophilia non è un oggetto di consumo quotidiano. La sua ragione sta nell’opera completa ed è impossibile privarlo di una componente per goderne dall’autoradio.
Björk non è (più) una cantante o una musicista; è un concetto che percorre linee di espressione del tutto trasversali che, solo per casualità, talvolta convergono in un disco.

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