Artista: The Housemartins
Etichetta: Go!Discs
Anno: 1986

Era una notte fresca all’inizio dell’autunno del 1986, io ero appena rientrato a casa dal locale dove mettevo i dischi e, affamato, mi misi davanti alla TV a sgranocchiare dei crackers con del formaggio. Non c’erano grandi trasmissioni notturne, a quel tempo, ma c’era Video Music che, dopo la mezzanotte, trasmetteva musica anche meno legata ai contratti di rotazione. Rimasi imbambolato a guardare il video di quattro giovani inglesi (e delle loro controfigure in plastilina), alle prese con gli effetti dell’alcol. La scritta in sovrimpressione diceva che il brano si intitolava Happy Hour, mentre il nome della band era The Housemartins. Era una ventata di aria fresca, portata con allegria e spensieratezza usando le stesse armi dei miei idoli del tempo (The Smiths) ma senza la cupidigia nichilista dei testi di Morrissey. Questi quattro giovanotti si divertivano e usavano le chitarre per divertire noi. 
C’era, evidentemente, un messaggio sociale dietro a quella canzone, ma era espresso in maniera brillante, con rimandi al beat jingle jangle degli anni 60, all’epopea mods (riportata anche dall’abbigliamento dei membri della band) e al punk rock di dieci anni prima. Insomma, non c’era nulla di particolarmente innovativo in ma era la cosa più nuova che mi fosse capitato di ascoltare da molti anni a quella parte: le chitarre, il beat, un pizzico di northern soul, i coretti armonizzati del ritornello e la vocalità del cantante solista erano cose davvero diverse da quelle che si ascoltavano in quegli anni pieni di voci impostate e rigidità musicale.
Presi carta e penna e trascrissi quel nome: The Housemartins, deciso ad andare l’indomani stesso a cercare qualche loro disco. Tornai a casa con London 0 – Hull 4 e con il singolo Think for a Minute, dal momento che il commesso del negozio mi disse che la versione del singolo era diversa (e migliore) da quella che avrei trovato sull’LP (era vero).
Una volta a casa, lasciai cadere la puntina e ritrovai la magia della sera prima: il primo brano era proprio Happy Hour ma non sapevo che il meglio dovesse ancora arrivare. Quell’album fu una bomba atomica, fatta scoppiare nella mia cameretta dove il disco rimase sul piatto per intere settimane. Nella busta interna c’erano i testi e in due giorni li avevo imparati tutti a memoria. Messo su cassetta, London 0 – Hull 4 continuava a tenermi compagnia anche in macchina dove mi ritrovavo a fare il controcanto a Sheep, Sitting on a Fence, Anxious e We’re Not Deep (la mia preferita).
Prodotto da John Williams e registrato agli Strongroom Studios di Londra, il primo album degli Housemartins produsse ben quattro singoli: Flag DaySheepThink for a Minute e Happy Hour tutte ben posizionate in classifica con un dignitosissimo terzo posto raggiunto da Happy Hour.
Tra le passioni dei quattro, anche il football che viene manifestato nell’ironico titolo che parafrasa un risultato calcistico, che evidenzia ironicamente la vittoria dei quattro Housemartins su qualsiasi band rivale proveniente dalla capitale.
La bellissima copertina in stile sixties era opera dell’artista David Storey ed avrebbe, in qualche modo, aperto un’epoca. Il brit pop era ancora lontano da venire e la scena di Manchester avrebbe cominciato a mostrare i denti solo qualche anno più tardi. The Housemartins, invece, avevano già capito qual era la direzione da prendere e, grazie anche a qualche felice intuizione (come quella di riprendere il minor-hit del christian-rock Caravan of Love in versione accappella -mai inserito in nessun album ma numero uno nelle classifiche di mezzo mondo-), diventarono il punto di riferimento di molte band giovanili, non solo inglesi.
Gli Housemartins produssero due anni dopo un secondo album e poi si sciolsero dichiarando, con una lettera aperta sulle pagine del New Musical Express, di non riuscire a reggere il peso di un successo inaspettato volto a controbilanciare il gusto di un pubblico che preferiva Rick Astley e Pet Shop Boys.
Il loro successo discografico continuò per qualche mese anche dopo lo scioglimento grazie ad una doppia raccolta piena dei loro successi e ricca di out-takes e lasciando, in generale, un bellissimo ricordo della loro avventura musicale.
Il cantante, Paul Heaton, formò The Beautiful South assieme al batterista degli Housemartins, Dave Hemingway. In seguito avrebbe tentato anche la carriera solista, con alterne fortune.
Stan Cullimore, il chitarrista, è diventato un autore televisivo e di libri per ragazzi, senza abbandonare mai la musica, in favore di colonne sonore e sigle TV.
Il bassista, Norman Cook formò una band chiamata Beats International coi quali iniziò un percorso nella musica dance che lo avrebbe portato, dopo la fruttuosa esperienza con i Freak Power, ad una fortunata carriera solista con lo pseudonimo Fatboy Slim.

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