Artista: Mano Negra
Etichetta: Virgin
Anno: 1989

Se London Calling di The Clash è stato l’ultimo grande album degli anni 70, senza il quale non ci sarebbero stati gli anni 80, sicuramente a Puta’s Fever dei Mano Negra spetta il medesimo riconoscimento spostato nel decennio successivo. Il secondo disco del gruppo di Manu Chao, ancora accreditato con lo pseudonimo Oscar Tramor (da una vecchia canzone di Irma Serrano), uscì proprio sul finire del decennio, il 1° settembre del 1989, e grazie a una bomba lunga meno di due minuti (King Kong Five, 1’56”) portò nel mondo una ventata di novità come non se ne sentivano da molti anni. La cupezza degli anni 80, soprattutto quelli del secondo lustro, venne spazzata via da qualcosa di strepitosamente innovativo, una musica che mescolava il punk con il folk, il jazz con il rap, il soul con la musica raï… in una miscela talmente inedita da costringere la band a coniare un termine per definirla: Patchanka. Fu in quel modo che i Mano Negra intitolarono il loro primo disco (1988), che riuscì a ricevere una seconda chance internazionale proprio in seguito al successo di Puta’s Fever, e a distanza di 25 anni è ancora un genere impossibile da riferire a qualcuno che non siano loro. Chiunque abbia provato a seguirne le gesta dei Mano Negra è rimasto schiacciato da una personalità talmente potente da impedire che qualunque emulo potesse spuntarla. 
Diciotto brani in un unico LP di 40 minuti mettevano subito in chiaro un’altra presa di posizione dei Mano Negra: le prolisse canzoni degli anni 80 avevano fatto il loro tempo, tutto si poteva dire in due minuti e con diciotto fulminanti canzoni da due minuti spazzarono via il passato.
Lo stesso atteggiamento da tabula rasa lo fecero nelle relazioni con il pubblico: dopo anni di divismo imperante, lusso e bodyguard, i Mano Negra si presentavano coi vestiti comprati al mercatino dell’usato, dopo il concerto scendevano dal palco per andare tra il pubblico a chiacchierare con la gente, scambiarsi indirizzi, bere una birretta, suonare…
Tutto era cambiato e il merito era loro. Il mondo del rock dovette cominciare a fare i conti con il fatto che esisteva un gruppo non di lingua inglese in grado di tener testa al monopolio britannico ed americano. Nel mondo iniziarono a formarsi band che puntavano allo stesso impatto e il mercato della musica giovanile dovette cominciare a fare i conti con il fatto che c’era in atto una rivoluzione ed era giunto il momento di ricominciare da capo. Date le origini miste dei componenti, Mano Negra decisero di utilizzare per i testi lingue diverse, anche abbinate tra loro all’interno di un’unica canzone, così si ascoltano brani in inglese, francese, spagnolo e arabo. Dal vivo erano una potenza e anche il ruolo del frontman, sia pure tenuto ben saldo dall’istrionico Manu Chao, cominciava a non avere più la stessa importanza di prima: ogni membro dei Mano Negra aveva il suo momento di protagonismo, ognuno riusciva a interagire con il resto della band e con il pubblico, si scambiavano i ruoli, gli strumenti e improvvisavano danze e siparietti per uno spettacolo liberatorio e contagioso.
La loro stella brillò per altri cinque anni e altri due LP (più un live), poi si sciolsero in favore della carriera solista di Manu, che spesso portava in tour gli ex membri della band per accompagnarlo.
Puta’s Fever è un disco che ogni tanto sento il bisogno di suonare ed ogni volta rimango affascinato dalla sua capacità di rimanere ancora stupendamente attuale. Canzoni come KK5, Peligro, Patchuko Hop e Sidi h’Bibi sono nell’immaginario di un’intera generazione ed hanno scritto in modo indelebile il nome dei Mano Negra nel firmamento dei più bislacchi innovatori del rock’n’roll.