Etichetta: Stax
Tracce: 12 – Durata: 47:28
Genere: R&B, Soul
Voto: 6/10

Il processo di riscoperta del genio di Booker T. Jones è passato inevitabilmente da un certo gusto retroattivo che la sua musica ha recentemente applicato con piacere.
Inoltre è innegabile che gli album più recenti dell’organista di Green Onions abbiano approfittato del rinnovato interesse del pubblico nei confronti di un R&B di vecchia scuola che proprio lui, assieme a Steve Cropper, Donald Dunn e tutta la crew della Stax (storico marchio al quale è ritornato, proprio per pubblicare questo album), aveva contribuito a creare negli anni 60. Così, dopo un numero di dischi piuttosto sterili, usciti nei difficili decenni ’80 e ’90, il suo nome è tornato a brillare nella maniera più adeguata grazie proprio a uno sguardo consistente alla sua opera giovanile. 
Questo, sia ben chiaro, senza che manchino gli appigli alla musica più moderna e nemmeno la tentazione di raccogliere attorno a sé un nugolo di musicisti giovani che hanno spesso dimostrato riverenza nei confronti della sua discografia storica. Sicché Sound The Alarm si propone come un lavoro che ammicca con generosità al passato ma col filtro incisivo e moderno dell’R&B di oggi.
Dopo l’album realizzato assieme a The Roots di due anni fa, Jones sceglie di circondarsi di nuovi virgulti della musica nera tra cui i Vintage Trouble, Jay James, Estelle e Gary Clarke Jr., oltre ad ospitare un cameo illustre come quello di Sheila E., senza però riuscire a dare al nuovo disco la stessa accattivante univocità del precedente.
Ma i buoni numeri non mancano: sulla title track, posta in apertura, c’è la verve di Mayer Hawthorne a primeggiare fin’anche sulle svisate organistiche di Booker T, in favore di un brano che esordisce come un pezzo hip-hop per virare verso un blues rock vagamente psichedelico. Fun, invece trova Jones alle prese con un ritmo martellante venato di sonorità Motown e il numero con la voce di Estelle (Can’t Wait) porta con sé qualcosa di squisitamente moderno, configurandosi come il brano più interessante del pacchetto. Per completare il quadro, non mancano nemmeno due brani ispirati al blues tradizionale: Austin City Blues si palesa come un duetto ad armi pari tra l’organo del titolare e la chitarra di Gary Clarke Jr. mentre Father Son Blues, sullo stesso piano, ospita un altro virtuoso delle 6 corde come Ted Jones. La deriva sulle 12 misure è però un tantino all’acqua di rose, ben suonata ma senza particolari guizzi innovativi. Ma Booker T. sembra divertirsi parecchio e con lui sicuramente anche il pubblico statunitense che va pazzo per queste cose.
Un album senza infamia e senza lode, ma che contiene un ventaglio talmente ampio di ispirazioni da dare ad ognuno la possibilità di trovare almeno un paio di brani a cui affezionarsi.

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