Etichetta: Universal
Tracce: 10 – Durata: 47:19
Genere: Pop Rock
Voto: 7/10

Il settimo album dei Placebo non è affatto male. Diciamo che la sua pecca più scontata è un’offerta poco sorprendente, presentandosi come un disco in perfetta linea con la produzione precedente, mentre il suo maggior pregio è una superba capacità di rendersi subito indispensabile al buon umore, nonostante alcuni temi trattati siano tutt’altro che frivoli.
Brian Molko, con Loud Like Love, si esprime in libertà, lasciando che sia la sua vena migliore ad esprimere temi difficili come la sessualità e l’abuso dei social network (Too Many Friends) su brani dal carattere alt-rock capaci di affascinare tanto il pubblico di MTV come quello dei canali più indie-snob.
Gli ammiccamenti al mondo alternative di band di culto come Pixies (Rob The Bank) e Pavement (Purity) sono tutti trattati col filtro inconfondibile del suono glam, tipico dei loro brani migliori.
Molko scartavetra ogni angolo, arrotonda le punte più aguzze rendendo esili anche i riferimenti più underground, portando il Rock nei salotti buoni un po’ come successe durante la loro esibizione nel Sanremo della Carrà, dove finirono per sovvertire il tranquillizzante monumento della canzone italiana, facendo quello che ogni buon rocker considera il minimo sindacale (QUI). Una sciocchezza, una leggerezza, qualcosa che ogni teenager abituato ad andare ai concerti vede in continuazione ma che, nel rispettabile sabato sera dell’Italia di 14 anni fa, si configurò come uno scandalo. 
Ecco, è questo che fanno i Placebo: si servono della piattaforma mainstream per portare un po’ di aria alternativa. E pazienza se non sono proprio i più grandi ribelli della storia: la loro musica, la capacità di scrivere brani tanto eleganti quanto graffianti, ne fa una band di prim’ordine.
Questo nuovo disco, si diceva, non mostra un loro lato inedito ma assembla una decina di pezzi di esemplare qualità, con pomposità animate da pianoforte, sempre in primo piano, e il ruggito di qualche chitarra ben calibrata per mettere la giusta dose di pepe.
Il numero più sfacciatamente pop (A Million Little Pieces) è anche quello che sorprende maggiormente. Ascoltato la prima volta appare come la solita placebata (e forse lo è) ma negli ascolti seguenti diventa qualcosa di personale, di intimo. Un brano che pian piano ci appartiene rendendo difficile staccarsi dalla sua tremolante bellezza. La ballad che i Coldplay darebbero un rene per scrivere e che si sviluppa tra melodie anni 80 e un testo sull’abbandono tanto semplice quanto emozionante.
Il disco scorre bene fino alla fine. La band è compatta e brilla come ai bei tempi, Molko è ispirato e seducente e,quando il disco finisce sull’ultima ballatona di rigore (Bosco), si sente un piccolo sollievo al cuore, simile a quello che abbiamo quando, dopo una giornata di duro lavoro e di insidie, qualcuno ci chiama per darci una bella notizia.

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[youtube:http://www.youtube.com/watch?v=Y5cZvbOisk4%5D

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