Etichetta: Real World
Tracce: 12 – Durata: 54:45
Genere: Pop, Cover
Voto: 3/10

Scratch my Back (2010), l’ultimo disco in studio di Peter Gabriel, fu accolto piuttosto male dal pubblico (la critica l’ha trattato anche peggio) perché i suoi molti seguaci, dopo otto anni dal precedente disco di inediti si sarebbero aspettati qualcosa di più di un album di cover. Gabriel, però, ha difeso il suo lavoro dichiarando che l’opera completa sarebbe diventata qualcosa di un po’ più complesso. L’intenzione era quella di affidare parte del suo repertorio nelle mani dei colleghi di cui aveva interpretato una cover per ottenere un interessante scambio di opere. Così, dopo aver riletto a suo modo canzoni di Arcade Fire, Talking Heads, Radiohead, David Bowie, Bon Iver, Paul Simon eccetera, avrebbe lasciato a ognuno di loro la libertà di interpretare qualcuna delle sue. Delirio di onnipotenza o reale scambio di abilità? Difficile dirlo con precisione ma, a sentire il risultato della seconda parte del progetto, siamo sicuramente più vicini alla prima ipotesi. And I’ll Scratch Yours, titolo ironicamente azzeccato, in realtà è qualcosa di infinitamente diverso da ciò che era stato annunciato. Qui c’è sempre Peter Gabriel, autonomamente alle prese con materiale del suo repertorio che, di volta in volta, ospita artisti tributati nel primo capitolo ai quali viene offerta una parte. Capito? Non c’è Bon Iver che interpreta Peter Gabriel ma solo Peter Gabriel che reinterpreta Come Talk to me in duetto con Bon Iver.
Delusione forte perché l’idea originaria (o meglio, quella ci era sembrato dovesse essere), che sarebbe anche potuta diventare curiosa, è stata totalmente disattesa. I metodi produttivi di Gabriel affossano qualsiasi spiraglio di personalizzazione, portando tutto sotto la propria ditta generando un appiattimento generale vagamente irritante. Per capire come l’ex Genesis ha condotto i giochi, dovrebbe bastare il rifiuto netto e deciso di Neil Young, David Bowie e Ray Davies (dei quali Gabriel aveva ripreso, nell’ordine, Philadelphia, Heroes e Waterloo Sunsets) di contribuire a questo ritorno. Invito declinato anche dai Radiohead i quali, oltre ad essersi poco diplomaticamente dichiarati insoddisfatti del trattamento riservato alla loro Street Spirit (Fade Out), non hanno gradito che il padrone di casa imponesse la cover alla quale avrebbero dovuto contribuire (Wallflower) e quindi… niente.
Senza perdersi d’animo, Gabriel ha reclutato Leslie Feist e Joseph Arthur in veste di tappabuchi ed ha portato a termine il lavoro. La versione di Don’t Give Up, affidata a Feist con Timber Timbre è pure graziosa ma non rende giustizia alla disperata angoscia espressa da Kate Bush nella registrazione originale. Lo stesso vale per Shock The Monkey che Joseph Arthur realizza in modo dignitoso, ma senza particolare fascino, condensandola in un arrangiamento chitarristico tra il noise e l’ambient.
I due dischi sarebbero dovuti uscire contemporaneamente nel 2010 ma la proverbiale lentezza di Gabriel ha fatto ritardare l’uscita di questo secondo volume di tre anni. Nel frattempo molte delle canzoni realizzate sono state pubblicate come bonus per gli album degli artisti convocati (era uno degli accordi del contratto) mentre altre sono apparse su uscite straordinarie per il Record Store Day con il risultato che oggi, And I’ll Scratch Yours risulta poco più che una raccolta. Come Talk to Me di Bon Iver è uscita come singolo assieme alla contro-cover di Flume fatta da Gabriel ma è talmente fedele all’originale da sminuire qualsiasi richiamo di curiosità. Inutilmente canzonatoria è la versione di Solsbury Hill con Lou Reed che, più che omaggiarla, sembra volerla sbeffeggiare; più o meno come fa David Byrne con una rilettura grottesca di I Don’t Remember. La tanto chiacchierata versione di Games Without Frontiers realizzata con gli Arcade Fire, appare fiacca e indolente, quasi come se la band si vergognasse di essere lì e si impegnasse al minimo sindacale per mantenere una parola data (che, a quanto si racconta, è stata a un passo da essere ritirata).
Carina, invece, è No One of Us della quale Stephin Merritt (Magnetic Fields) offre una lettura divertente che potrebbe essere un out-takes di Dare di The Human League mentre 
Randy Newman fa un buon compitino con Big Time che è forse l’unico numero del pacchetto a reggere il confronto con la storia, per un brano che sembra essergli stato cucito addosso. 
Non rimane che chiederci come sarebbe stato se il disco fosse stato pubblicato, come previsto, tre anni fa assieme al suo fratello e con gli artisti lasciati liberi di esprimersi a piacimento con il repertorio di Gabriel ottenendo una coppia di interessanti lavori di interpretazione reciproca. Così, ahimè, abbiamo solo un disco di cover e un auto-tributo davvero poco nobile. Una caduta di stile davvero imperdonabile per un artista che abbiamo così tanto amato e che sta facendo di tutto per essere lasciato a grattarsi la schiena da solo, con tutte le difficoltà che questo comporta.

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