Etichetta: Polydor
Tracce: 11 – Durata: 44:17
Genere: Pop
Voto: 7/10

Tre sorelle californiane, Este (nata il 14 marzo 1986), Danielle (16 febbraio 1989) e Alana (15 dicembre 1991), hanno messo su una girl band chiamandola, nella migliore delle tradizioni, con il cognome che le accomuna: Haim. Poi si sono prodigate (loro o chi per loro) in una efficacissima procedura di spam in grande stile, finendo per diventare il nome più “atteso” dalle redazioni delle riviste di settore più patinate. 
Da dire c’è immediatamente che il loro debutto Days Are Gone non è affatto male, l’importante è comprendere immediatamente il tipo di proposta: si tratta di musica pop allo stato brado per un disco dalle alte potenzialità commerciali, nato per contrastare le salite in classifica di gente come Kate Perry e Justin Timberlake e senza velleità di arrivare nel cuore di chi ascolta il rock’n’roll. 
Il bello, però, è che la loro musichetta disimpegnata è talmente ben confezionata da far battere il piedino anche a chi di solito pretende chitarre distorte e cassa in quattro.
La loro passione dichiarata per l’R&B è presto diventata il metro di paragone per giudicare il loro lavoro che, effettivamente, strizza l’occhio a formazioni vocali (non necessariamente all-girl) del passato come Sister Sledge e Temptations pur tuttavia con una presenza scenica (le Haim salgono sul palco con chitarra, basso e batteria) che ha poco da condividere con quella di quegli illutri predecossori.
Le loro sono canzoni di facile presa che non perdono mai l’occasione di insistere su riff accattivanti e ritornelli guizzanti, aiutate da una produzione piuttosto innovativa (gestita splendidamente da Ariel Rechtshaid e James Ford), che riesce a convincere anche quando arriva il fantasma di Sua Maestà Madonna dei tempi d’oro (If I Could Change Your Mind). Senza sventolare alchimie sonore di elevato prestigio e con un impasto vocale grazioso ma senza particolari picchi, le tre Haim mettono insieme una manciata di brani pop fatti con il gusto artigianale dei tempi andati. Provate a mettere a suonare Forever e a restare fermi: impossibile! La dote migliore dell’album è l’assenza di sovrastrutture evidenti e, quand’anche esistano, a prevalere rimane soprattutto il buon gusto, tirando indietro il piede dall’acceleratore ogni volta in cui sarebbe stato facile aggiungere un tocco di eccessiva post-produzione. E infatti i brani del disco hanno tutti un corpo talmente concreto da immaginare una sopravvivenza anche in casalinghi arrangiamenti chitarra-e-voce. Assieme alle passioni dichiarate ce ne sono, in giro per l’album, anche molte altre inequivocabili e (forse) inconsapevoli. Arriva qualche rimando a Eurythmics e Fleetwood Mac ma, più che per una reale similitudine, direi  per una certa genuinità dell’offerta.
Insomma, se vi va di disintossicarvi da ascolti un po’ troppo impegnativi, provate a mettere a girare questo album: non troverete il disco del secolo ma vi verrà sicuramente voglia di farlo suonare di nuovo.

[youtube:http://www.youtube.com/watch?v=sEwM6ERq0gc%5D
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