Etichetta: Wondaland Arts Society
Tracce: 19 – Durata: 67: 03
Genere: Neo Soul
Voto: 6/10

Come a voler ribadire il concetto di eredità dichiarata spesso da Janelle Monàe, The Electric Lady pullula di collaborazioni che mettono in riga quelle ispirazioni che, in fase di recensione dell’album d’esordio c’erano sembrati dei banali tentativi di emulazione. E la cosa funziona perché a mettere a tacere la declinazione princeiana di Givin em What They Love c’è proprio la presenza di Mr. Roger “Prince” Nelson in persona. Allo stesso modo, Mrs. Erykah Badu fa un pregevole featuring su Q.U.E.E.N. che porta a un piccolo prodigio con una suite tra le orchestrazioni del Marvin Gaye di What’s Going On, il Jazz-Funk di Stanley Clarke, un tocco di Miles Davis e, naturalmente l’hip hop più radicale.
Il gioco della collaborazioni prosegue nella Title track dove Janelle duetta con un’altra delle più promettenti tra le sue colleghe, quella Solange Knowles che un paio di anni fa aveva fatto gridare al miracolo tutti gli appassionati di R&B. Il pezzo è una piccola bomba Soul, di quelle che Justin Timberlake farebbe carte false per riuscire a scrivere con la stessa formidabile sinteticità: un ritornello che ti si stampa in testa e un riff di fiati talmente bello da far tornare alla mente le armonie d’ottone del miglior Stevie Wonder
Di seguito (Primetime) Monàe fa anche un piccolo regalo agli amanti dell’indie rock di firma, includendo a sorpresa un sample di Where is my Mind dei Pixies, ben camuffato su un beat tipicamente R&B, salvo poi esagerare con un assolo di chitarra un po’ fuori parte.
Insomma, con una partenza come questa, sembrerebbe di essere vicini al miracolo ma poi il disco si spegne lentamente per arrivare a ribadire moduli un po’ troppo ripetitivi. Diciotto brani (di cui quattro interludi piuttosto brevi) appaiono presto come un’offerta sovradimensionata dove alcune tracce faticano a liberarsi da una foschia di citazioni, a partire dalla debolissima We Were Rock & Roll, sorta di cavalcata anni 70 che sembra rubata da una B Side del peggior Santana, fino alla goffa Dance Apocalyptic che tenta inutilmente di riprendere i fasti della gloriosa stagione dell’Hitsville U.S.A. anni 60, passando per un pallido omaggio a Sexual Healing che non convince (What an Experience).
Il disco offre i suoi momenti migliori quando Monàe si impone in prima persona, con brani assolutamente gradevoli come It’s Code o Ghetto Woman dove l’ispirazione di Stevie Wonder è talmente ben calibrata da funzionare perfettamente.
Victory è un ottimo numero musicale, con una progressione melodica degna dei grandi autori del passato, e Dorothy Dandridge Eyes, col contributo al basso di Esperanza Spalding, ha il piacevole compito di rinverdire il mood pop che, per mano di Quincy Jones, portò Michael Jackson a diventare la più grande superstar del mondo.
In definitiva, The Electric Lady è un disco piacevole che sarebbe potuto diventare perfetto se Janelle Monàe avesse avuto il coraggio di tagliere qualche minuto in eccesso e, perché no, anche le corde al chitarrista. 

[youtube:http://www.youtube.com/watch?v=tEddixS-UoU%5D
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