Etichetta: Merge
Tracce: 13 – Durata: 74:25
Genere: Pop Rock, Elettronica
Voto 7/10

Il coraggio di spostare il tiro verso un obiettivo diverso, seppure non nuovo né prettamente sperimentale, è un pregio che va riconosciuto a una band come Arcade Fire, che possiede una cifra stilistica ben delineata e fortemente peculiare. La preview del singolo omonimo aveva già espresso piuttosto chiaramente le intenzioni di Reflektor, dichiarando senza mezzi termini che il gruppo canadese aveva in serbo una precisa virata per la sua musica. La convocazione di James Murphy dietro i bottoni era già di per sé una precisa linea guida, trattandosi dell’uomo che ha convinto anche i più ostinati a considerare la musica da ballo come un genere altamente rivoluzionario. Così Win Butler e soci si sono affidati completamente alle sue mani, consegnandogli tredici brani e chiedendogli di farli suoi senza intaccare, nemmeno minimamente, la qualità della scrittura.
Diciamocelo francamente, se Reflektor fosse stato The Suburbs Vol. 2 ci avrebbe lasciato un po’ freddini; la voglia di essere Arcade Fire ma di esserlo da un’altra parte è la carta vincente dell’album. E questa “altra parte” è senza dubbio New York, luogo di sfarzo e di vernissage, dove Lady Gaga si concede a Marina Abramovich, dove Andy Warhol fa il grafico per le copertine dei dischi, dove Phil Spector mette i violini negli album di punk rock e dove Antony Hegarty gorgheggia nelle canzonette sceme di Andrew Butler. New York, c’è poco da fare, è “La” città dove tutto accade. Ed anche Reflektor accade proprio lì.
I brani del nuovo disco degli Arcade Fire sono molto piacevoli ma non c’è nulla che faccia realmente gridare al miracolo. Anzi, a ben sentire, un paio sono addirittura di troppo.
Ma. Tutti sono di una qualità tale da rendere ingiustificata l’orchestrazione promozionale messa in atto per incuriosirci oltre misura sul suo arrivo. La strategia inaugurata dai Daft Punk qualche mese fa sembra l’ultima frontiera dell’industria musicale e, tra mille difetti, ha sicuramente i suoi vantaggi. Innanzitutto assicura un primo posto in classifica nelle prime ore di uscita del disco e poi concede una delle cose che preferiamo fare noi che adoriamo la musica e i dischi e cioè farci tornare a “parlare” degli album, della musica che contengono, come si faceva una volta quando gli LP erano la materia principale delle conversazioni giovanili. I tempi in cui per sapere com’era “l’ultimo disco di” bisognava aspettare che al negozietto più cool della città arrivasse la fornitura per poi tornare a casa, magari assieme a qualche amico, per ascoltarlo assieme, per la prima volta, in un rito che oggi appare insensato. Eppure la musica leggera, il Rock’n’Roll ha ancora la stessa forza di allora e Arcade Fire, così come Daft Punk, hanno saputo riportarci a quei tempi, convincendoci che ascoltare il loro ultimo album è la cosa più urgente da fare.

Ed eccoci qui, infatti, ad ascoltarlo anche con qualche giorno in anticipo dal momento che, in un calcolatissimo “allarme fuga di leak”, la band ha messo il disco in ascolto integrale (e gratuito!) attraverso il proprio canale YouTube, con una settimana di anticipo sull’uscita ufficiale.
Un difetto ce l’ha ed è la lunghezza, non solo dell’album ma anche delle singole tracce: tredici brani, che durano in totale un’ora e dieci minuti, sono evidentemente lunghi. Il che potrebbe anche andare bene, non fosse che in linea generale non si percepiscono giustificazioni ai sette minuti e mezzo della title track o ai sei e quaranta di It’s Never Over (Oh Orpheus) e nemmeno alla inutile reprise di Here Comes The Night Time. Talvolta gli editing sembrano volutamente gonfiati per giustificare la confezione in doppio CD ma, per quello, di giutificazioni non ce ne sono in assoluto: il timing totale supera di poco i 74 minuti e un singolo CD sarebbe bastato se, con l’occasione, si assottigliavano un po’ di reiterazioni in eccesso.
Il tocco Murphy si manifesta con sublime eleganza, conferendo un’aria dandy ai brani. We Exist sembra la cover di un brano degli anni sessanta, riarrangiato in versione disco nel 1975. Non uno in particolare, uno qualsiasi. A me per esempio viene in mente Black is Black dei Los Bravos e la sua folgorante seconda vita in discoteca per mano di un trio femminile chiamato Belle Epoque. Ma Murphy e Butler, in un momento storico in cui essere derivativi è la regola, non fanno i citazionisti: hanno materia di prima qualità su cui lavorare e asciugano l’arrangiamento lasciano solo la cassa in quattro e una linea di basso della quale ti innamori all’istante, tra sfrigolii di Moog e inserti di Casiotone. Afterlife sfiora di sguiscio i New Order, Joan of Ark evoca la New York poppunk dei primi Blondie e Porno saltella su una drum machine rimandando (anche nella tematica) al Prince di Sign ‘O’ The Times. Tutto, però, rimane ben ancorato al sound della ditta Butler & Chassagne.
Il numero più coraggioso rimane quel Flashbulb Eyes che trasporta i canadesi tra la Giamaica e la Londra degli anni 70 in un riuscito tentativo di rimaneggiare la materia reggae/dub. Tra i meno affascinanti, invece, c’è You Already Know che somiglia a un outtake di The Suburbs in veste AOR.
Reflektor, quindi, è un buon disco che mantiene le aspettative ma senza raggiungere le soglie del capolavoro. Volutamente depistanti, gli Arcade Fire sembrano divertirsi a confondere le acque, lasciandoci credere di essere in viaggio per qualcosa di immortale per poi riportarci a casa, sani e salvi ma con l’amaro in bocca per non aver trovato quel Remain in Light che speravamo.

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