Artista: David Bowie
Etichetta: RCA Victor
Anno: 1977

Low, l’undicesimo album in studio di David Bowie (nonché prima pietra della cosiddetta Trilogia di Berlino) è senza alcun dubbio uno dei fondamentali spartiacque della musica giovanile, nato in un periodo storico critico e difficile sia per la carriera di Bowie che per l’intero panorama del Rock’n’Roll.
Era il 1976 quando David, stremato da un tour impegnativo come quello a supporto dell’album Station to Station, decise di prendersi un momento di stacco tornando in Europa, dopo un lungo soggiorno a Los Angeles. Assieme all’amico Iggy Pop, più o meno nella sua stessa situazione personale, affronta un ricreativo viaggio in treno, Station to Station, attraverso il Vecchio Continente scegliendo di fermarsi a Berlino (ancora con un muro che divideva l’est dall’ovest) per disintossicarsi dagli eccessi e ritrovare la linfa creativa. Forse nemmeno lui aveva idea delle opportunità che gli avrebbe offerto quella città, fatto sta che dopo l’estate del 1976, si decise a convocare Coco Schwab (sua assistente) e il produttore Tony Visconti in uno studio di registrazione in Francia (Chateau d’Herouville, nella campagna vicino a Parigi) per cominciare a dar sfogo a un’onda creativa tra le più brillanti della sua carriera.

In un momento in cui aveva cominciato a lavorare anche su lunghe composizioni elettroniche strumentali destinate alla colonna sonora del film L’uomo che cadde sulla terra (nel quale recitò in veste di protagonista), chiese a Brian Eno di collaborare alla stesura di alcuni brani che da quel progetto erano rimasti esclusi. La collaborazione, però, si limitò a qualche piccolo consiglio: Eno suggerì l’utilizzo di alcuni strumenti all’avanguardia e si limitò a fare da consulente in una materia nella quale era il numero uno, coinvolgendo Bowie nelle bislacche teorie delle sue Strategie Oblique.
Contrariamente a quanto si può immaginare, Eno contribuì pochissimo nella stesura compositiva di Low con un unico brano scritto effettvamente a quattro mani (Warzawa). La sua influenza, però, fu determinante per l’indirizzo moderno preso dall’album e avrebbe portato i due a collaborare massicciamente nei due album successivi, coi formidabili risultati che conosciamo.
C’è una netta distinzione sonora tra la prima e la seconda facciata di Low, tanto che nei nastri che contengono i master appare ancora oggi il titolo provvisorio dell’album, New Music: Night and Day, cambiato poche settimane prima dell’uscita in Low. Bowie, prima di arrendersi alla convenzione che oggi vede riconosciuto universalmente l’album con quel titolo, provò a spiegare che in realtà il titolo era Low Profile, come si evince dall’abbinamento tra la parola LOW e la foto di copertina (un suo “profilo” tratto da un fotogramma del film L’uomo che cadde sulla terra). Bowie, dopo gli eccessi del glam rock, della sovraesposizione mediatica cui era stato sottoposto negli ultimi anni, sentiva il bisogno di esprimersi con mezzi essenziali, lavorando con un gruppo ristretto di musicisti, in uno studio in cui non ci fossero pressioni editoriali. Togliere l’abbondanza per lasciare il cuore della musica, era diventato necessario. Per lui questo “Basso Profilo” era chiave per aprire le porte di una nuova ispirazione, necessaria alla realizzazione della sua musica.
I brani della facciata uno contengono un universo di creatività: il Rock elettrico non era mai stato così crudo. Solo il Punk Rock inglese era riuscito ad asciugare così tanto il prolasso musicale della musica rock di quegli anni, ma Low faceva ancora di più, sperimentando in ambiti che erano lontani dal Punk ma perfettamente in linea con la sua filosofia musicale. Vennero eliminati tutti i fronzoli inutili e asciugate tutte le derive virtuosistiche. Niente assoli di chitarra, nessun eccesso produttivo, pochi interventi aggiuntivi ma più che altro una ripresa (quasi in) diretta delle session in sala di incisione. I brani sono fulminei, usciti dagli amplificatori pochi secondi dopo essere usciti dalla pancia dei musicisti. Bowie dirige, coinvolge e assembla. Lascia una quantità di materiale sui nastri e poi, con calma, seleziona, taglia e cuce fino a ottenere la pietra miliare che oggi conosciamo.
La facciata due, come già detto, è di tipo completamente diverso: mette in luce l’amore che aveva colpito Bowie per la musica elettronica tedesca. Sono evidenti certi riferimenti ai Kraftwerk e ai Tangerine Dream ma, anche in questo caso, l’operazione dell’autore verteva a una lettura personale, rendendo l’opera particolarmente innovativa. Saranno molti i gruppi e i musicisti che trarranno ispirazione dalla musica del lato B di Low e in particolare i giovani esponenti della corrente New Wave inglese, da The Human League a Thomas Leer, dagli Ultravox! ai Throbbing Gristle.
Bowie realizzò un’opera talmente lontana dalla sua consuetudine da lasciare un segno incredibile forse anche ai suoi stessi occhi.
La RCA gli chiese un brano da pubblicare come singolo e Bowie scelse Sound And Vision. La scelta, però, venne fortemente osteggiata dai dirigenti dell’etichetta a causa della lunga introduzione strumentale che rendeva la canzone poco adatta alle programmazioni radiofoniche. Dopo aver tentato di farlo capitolare, in favore di Breaking Glass, provarono a convincerlo a effettuare un editing per accorciare l’intro ma, come la storia insegna, il singolo uscì nella sua versione ufficiale con David Bowie fiero di una rivincita goduta nei giorni in cui il 45 giri finì ai primi posti della classifica inglese , diventando il singolo di maggior successo commerciale della sua carriera.
Bizzarramente la canzone venne eseguita dal vivo durante il concerto di presentazione dell’album all’Earls Court di Londra per poi sparire fino al 1991, quando Bowie intraprese un lungo tour intitolato proprio Sound And Vision per il quale venne ripubblicato il singolo, arricchito con alcuni fortunati remix, tra cui quello storico degli 808 State. Da quel momento il brano divenne una presenza fissa di tutti concerti.
Recentemente  è uscita una nuova edizione di Sound And Vision che fa riemergere dalle piste alcuni strumenti come il pianoforte, rimasto escluso nel missaggio del 1977.

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