Etichetta: La Tempesta
Tracce: 10 – Durata: 46:36
Genere: Pop Rock
Voto: 8/10

Andrea Appino, da queste parti, è considerato uno dei migliori autori dell’ultimo decennio. Il suo lavoro sui testi è tra i più raffinati della nostra canzone. Diversissimo da quello, altrettanto eccellente, di Manuel Agnelli ma forte di una precisione metrica e di una lucidità espressiva con pochi eguali nel panorama attuale.
Ciò detto, non è da sottovalutare nemmeno il fatto che le canzoni sulle quali i testi vengono impiantati fanno di The Zen Circus una delle più preziose realtà del nostro Rock. Che siano ancora limitati alla discografia minore, per me, rimane un mistero. Tanto che ho la convinzione che sia una precisa scelta; che la band preferisca rimanere nel sottobosco per scongiurare qualsivoglia tipo di compromesso. Sta di fatto che Canzoni contro la natura mette un tassello fondamentale nella nostra musica leggera, di quelli che non si vorrebbero mai lasciare in disparte.
La musica, le parole e l’intenzione sono talmente ben congegnati da farsi venire la rabbia quando scorgiamo un punto di domanda, come nei cartoon, sulla testa dei sedicenti appassionati di canzonette, convinti che gli “artsiti” italiani siano ancora solo Vasco, Liga, Pausini e Jovanotti.

Canzoni contro la natura è un disco Rock, d’accordo, ma la sua trasversale comunicativa non è appannaggio solo di chi ascolta i Pixies e i Violent Femmes (nomi non casuali) e basterebbe un po’ di impegno per convincere anche gli ascoltatori occasionali a comprenderne la strepitosa brillantezza. Sì, perché, qui siamo più che altro dalle parti di Rino Gaetano (esemplare la semi-citazione-intenzionale nel singolo Viva), di Edoardo Bennato ed Eugenio Finardi (ascoltate Vai vai vai e ditemi se non sarebbe perfetta nella scaletta di Sugo), vale a dire quella tipica canzone d’autore italiana ed “adulta” che qualche decennio fa era riuscita a ritagliarsi un posto di rilievo che oggi sembra fantascientifico.
Ed è forse per questo che The Zen Circus calcano la mano in quella direzione, fornendo addirittura una parafrasi de Il Pescatore di De Andrè, così come l’avevano riscritta quelli della PFM nel 1979 (L’anarchico e il generale).
Ci sono storie, con personaggi e paesaggi tra l’immaginario e il reale come quella, per citarne una sola, di Dalì che dipinge il profilo di un eroico dissidente (omonimo del pittore di Figueres) su un brano che sembra pescato da un vecchio disco dei Calexico. Il tutto, generalmente, senza dimenticare un velo di sorniona ironia che, in un album di questo calibro, serve da valvola di sfogo imprescindibile.
Perché se la canzone italiana ha ancora una speranza, forse sta proprio nel recupero di una dignità che gli è stata tolta da anni di esterofilia coatta e che deve guardare con rispetto e orgoglio ad una operazione come quella di Appino, Karif, Ufo e la loro band.

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