Etichetta: Rock Action
Tracce: 10 – Durata: 49:07
Genere: Post Rock
Voto: 7/10

Registrato a Castle Of Doom, lo studio personale dei Mogwai a Glasgow, con la complicità di Paul Savage, Rave Tapes è un disco che non disattende le aspettative dei fans ma che farà storcere il naso ai cultori del rinnovamento. Sì, perché qui c’è l’intera anima della band, espressa con un linguaggio che è quello consueto delle produzioni mogwaiane con, forse, un piglio un tantino più epico conquistato dopo l’egregia prova del soundtrack per Les Ravenants (col quale, nonostante il titolo, il nuovo disco sembrerebbe non aver nulla a che fare). I Mogwai non si lasciano influenzare da ciò che si può dire in giro di loro, amano la musica ed amano il modo in cui la producono che, di tutto si può dire, tranne che tragga ispirazione da qualcos’altro. Il loro tocco è talmente unico da renderli immediatamente riconoscibili sia quando si regolano su un arpeggio di chitarra (Hexon Bogon), sia quando il tema trainante è sorretto dal ruggito di un moog (Simon Ferocious).
Eppure, nonostante questo, nonostante ogni battito non faccia che gridare a squarciagola il loro nome, Rave Tapes contiene anche qualche vago elemento di svolta, a partire dal sapore spigoloso di Master Card, quasi un prog-rock in stile King Crimson, fino alla deriva dark di Deesh, degna di The Cure del periodo Faith o all’abuso (rischioso!) del Vocoder sulla conclusiva The Lord is Out of Control.
Ma. Non sono questi piccoli dettagli a fare la differenza. Quella la fa la loro musica che, a vent’anni dall’esordio, è ancora così dannatamente affascinante e sempre più in grado di regalare emozioni senza necessariamente ricorrere alle parole, lasciando che le onde oceaniche parlino e che il soffio di un vento ghiacciato ci screpoli il viso per poi trasportarci su un atollo tropicale a sgranellare il sale addensato tra i capelli. Nessuna band, a parte quelle che apertamente si ispirano a loro, è mai riuscita ad incarnare altrettanto efficacemente il cliché della “musica per un film che non esiste”. Questo disco, certamente, non è di quelli che lasceranno il segno ma potete stare certi che a metterlo a suonare c’è solo da guadagnarci. Col limite di un suono un po’ insistentemente connotato ma con la capacità di non apparire mai ripetitivi, i Mogwai restano lodevolmente lontani da peccati di autocompiacimento e fanno il loro mestiere nel migliore dei modi.

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