Le mie “critiche” alle canzoni di Sanremo, generalmente, sono attese per la carica caustica che accendono nel sottoscritto. Da grandissimo appassionato di musica pop mi dispiaccio quando vedo arrivare a Sanremo poco più che degli scarti di discografia e così la butto in caciara. Ecco, tutto questo per dire che quest’anno, un po’ come l’anno scorso, la speranza di vedere e ascoltare qualcosa di interessante è ben riposta. Il cast dei partecipanti è quanto mai brillante e mi auguro che lo ssrà anche il “contorno” dello spettacolo televisivo.  
Innanzi tutto bisogna dire che l’idea di affidare l’anteprima a Pif è piuttosto buona: lui è bravo, popolare e sicuramente nuovo. Il suo siparietto introduttivo è poco invadente e misurato. Speriamo sia di buon auspicio e assomigli al resto della kermesse. Incrociamo le dita e… si parte!
Fabio Fazio, al suo quarto Sanremo, è costretto ad introdurre il festival prima della sigla, giacché un problema “tecnico” ha impedito una partenza più roboante e classicamente circense. Sì, certo: sembra tutto preparato, una faziata classica che però… non è affatto priva di senso. 
È un momento storico difficile, per l’economia, per il mondo del lavoro e, di conseguenza per tutti noi. Nella trasmissione più seguita della TV italiana sarebbe stato sciocco far finta che tutto funzioni a meraviglia grazie a un paio di canzonette. In Italia si sta male, nel mondo si sta male e lo sconforto di un gruppo di lavoratori in crisi apre il festival nell’unico sensato modo che ci potessimo aspettare nel 2014.

Ciò detto, sbarazziamoci di Ligabue e… iniziamo con le cose serie. Anche quest’anno ciascuno dei “Campioni” porterà al Festival due canzoni, una delle quali verrà “eliminata” in favore di quella che accederà alla finale. Sconfortante che, a parte la cover di DeAndrè, fino alle 21:30 non ci sia traccia delle canzoni. 

ARISA:
LENTAMENTE IL PRIMO CHE PASSA (Donà, Pippa, Lanza)
CONTROVENTO (Anastasi)
Il primo brano è un piccolo Bolero dove la firma di Cristina Donà è praticamente posta col fuoco e quella di Saverio Lanza che, grazie al lavoro con Dolcenere, Pelù e Antonacci, riesce a smussare gli spigoli fino a renderla perfetta per l’Ariston e per la personalità di Arisa.
Del suo autore classico, Giuseppe Anastasi, la seconda canzone è più soavemente pop, ma con un ritornello davvero scadente e poco incisivo.
La giuria non è d’accordo con me e decide che Arisa porterà in finale Controvento

FRANKIE HI NRG:
UN UOMO È VIVO (Di Gesù Galbignani, Beccafichi)
PEDALA (Di Gesù Galbignani, Beccafichi)
Passato al Rap “sentimentale”, con pochi messaggi sociali, Frankie inizia la sua doppietta con una imitazione imbarazzante di Jovanotti. Un uomo è vivo è una canzone (a memoria direi la prima in cui Di Gesù canta oltre a rappare) di una bruttezza imbarazzante. I Rapper interessanti staranno tra i giovani, si spera.
Il secondo pezzo, com’era facile intuire dal titolo, è più brillante ma… altrettanto vetusto. La metafora “ciclistica” è qualcosa che non avremmo mai voluto ascoltare da un grigio vecchio contestatore che in passato ci ha fatto vibrare coi più brillanti calembour dell’Italian Rap 1.0.
Un momento di TV molto amaro. Il povero HI NRG non sa nemmeno stare sul palco. Era la sua ultima chance e l’ha sprecata.
La giuria sceglie Pedala. Dovendo per forza sceglierne una, sarebbe stata anche la mia scelta.

Il siparietto con una imbolsita ed incapace Laetitia Casta, ci fa ripensare con nostalgia ai Festival di Pippo. No: non esageriamo… però la noia ci sta sovrastando. Tipo: due ore per una gag che non fa ridere, né pensare, né piangere… sono TROPPE. Sappiatelo! E non basta nemmeno l’occhiolino gay-friendly di  Silvano via Jannacci figlio (per tributare giustamente il babbo).
BASTA! Fuori il varietà da Sanremo! Che palle!

ANTONELLA RUGGIERO:
QUANDO BALLIAMO (Ruggiero, Lenzi, Colombo)
DA LONTANO (Ruggiero, Grazieno, Colombo, Rossi)
Eccola, LA vecchia torna sul palco del Festivàl, dopo qualche anno di assenza, e sembra vergognarsi per essersi concessa nuovamente alla musica leggera. Acconsente di essere qui con noi plebaglia e si lascia proteggere da una formazione acustica sul palco con lei: una specie di Antonyella & The Johnsons, con la complicità di Simone Lenzi (Virginiana Miller) e del fidato marito Roberto Colombo. Ma, ahimè, Quando balliamo è una noiosa inutile nenia.
Ancor peggio fa il secondo brano che, su un impianto symphonic-pop, carica un arrangiamento appesantito e grinzoso. Con un pezzo così, negli anni 90 avrebbe fatto faville. Oggi è scaduto. Peccato, perché questo testo sulla presbiopia dei sentimenti era davvero ben scritto. Deve essere merito di quest’ultimo se la giuria promuove proprio Da lontano alla finale.

RAPHAEL GUALAZZI & THE BLOODY BEETROOTS:
TANTO CI SEI (Gualazzi, Sangiorgi, Rifo)
LIBERI O NO (Gualazzi, Cornelius, Rifo)
Era inevitabile che Gualazzi approdasse al Gospel. Quelli come lui prima o poi ci arrivano. Ed ovviamente non è una cosa bella, ché noi qui siamo italiani, palliducci e poco inclini a certe sonorità. Un pizzico di ironia avrebbe fatto la differenza ma… non se ne sente l’ombra. Entrambi i brani hanno la stessa nobile radice ma Gualazzi ha qualcosa che non va. Non ve lo so spiegare ma io ho sempre pensato che in lui ci fosse qualcosa di poco sincero e le due canzoni del festival non fanno che insinuarmi ulteriori dubbi. L’apporto The Bloody Beetroots (Danger Mouse de noantri), immagino, lo sentiremo sul disco. A Sanremo solo qualche balletto col basso al collo che manco Mauro Repetto…
In finale ci va quella più ritmata delle due: Libero o no.

Anche TRE ORE di siparietto con Raffaella Carrà sono davvero difficili da sopportare. Questa anziana ex soubrette che ancora vuol ballare con le ballerine sul palco, mi mette un disagio senza precedenti. Quando canta, poi, va oltre e smette di essere patetica per diventare squallida. Che poi va benissimo, eh? Che lo faccia! La vita è bella e lei si porta i 70 anni stupendamente ma, per favore, vada alla Festa dell’Avanti o in giro col Ciccio Riccio on Tour. A Sanremo, per favore, chiamiamo qualcuno sotto i 40. E che, possibilmente, porti un numero di durata inferiore a cinque minuti. Giuro: non fosse per voi, ai quali ho promesso le critiche di Sanremo, andrei a letto.
FUORI IL VARIET
À DA SANREMO. E non vorrei ripeterlo!

CRISTIANO DE ANDRÈ:
INVISIBILI (De Andrè, Ferraboschi)
IL CIELO  È VUOTO (Mancino, Faini, De Andrè)
Il guaio dei figli d’arte è che il confronto col genitore scatta in automatico e, naturalmente, il figlio di Fabrizio De Andrè non fa eccezione. Da dire c’è che Cristiano, rispetto a Fabrizio, ha fatto sempre una scelta più pop, lasciando l’aura da cantautore impegnato nei cassetti con le canzoni di papà.
Il primo dei due pezzi è una ballata con la chitarra acustica, spruzzata di atmosfere caraibiche, della quale risulta impercettibile il testo (che ha una parte in dialetto genovese). Il ritornello sale di ottava e De Andrè, per arrivarci, canta la strofa come fosse in cantina. Più orchestrale la seconda canzone sebbene risulti armonicamente meno efficace della precedente anche a causa di un testo eccessivamente verboso.
A spuntarla per la finale è (ovviamente) Il cielo è vuoto.

PERTURBAZIONE:
L’UNICA (Cerasuolo, Lo Mele, Baracco, Diana, Giancursi, Lo Mele)
L’ITALIA VISTA DAL BAR (Cerasuolo, Lo Mele, Baracco, Diana, Giancursi, Lo Mele)
Perturbazione fanno canzonette da Festival da tutta la vita ma non sono mai riusciti a portarne una a Sanremo fino ad oggi quando, magia del regolamento, ne portano due. E sono entrambe molto graziose: perfettamente in linea con una carriera che ha compiuto da poco 15 anni. Due brani molto affini tra loro anche se ne L’Italia vista dal bar c’è un po’ più di spazio per l’orchestra al servizio di un retrogusto italo-settanta. Hanno messo in difficoltà le giurie che alla fine hanno preferito (come il sottoscritto) L’unica, nonostante (o forse a causa de) le tematiche critico-patriottiche de L’Italia vista dal bar.

È mezzanotte ma prima di ascoltare le ultime due canzoni in gara per oggi, ci tocca ascoltarne TRE di Yusuf Islam (TAFKACS). Sono un suo ammiratore ma adesso, a mezzanotte, vorrei essere sul palco dell’Ariston a chiedergli di andare via, di lasciare lo spazio alle canzoni del festival. Ché poi, magari, se viene domani a cantare nel mio tinello, lo ascolto volentieri. Sono stanco, lo capite? Io credo che Yusuf lo capirebbe. È stanco anche lui. Lo vedo. Canta canzoni di Cat Stevens e dei Beatles. È stanco.

GIUSY FERRERI:
L’AMORE POSSIEDE IL BENE (Casalino, Verrienti)
TI PORTO A CENA CON ME (Casalino, Faini)
Giusy è riuscita a tenere nascoste le sue canzoni a tutti. Non hanno presentato le preview alla stampa e anche ieri, quando i giornalisti erano ammessi alle prove generali, Giusy ha detto di non poter provare a causa di un’afonia. Gli ultimi due pezzi della serata, dunque, non li ha ascoltati ancora nessuno. Bel colpo promozionale, ancor prima di cantare. Entrambi portano (anche) la firma di Roberto Casalino che a Ferreri regalò i suoi due più grandi successi (Non ti scordar mai di me e Novembre) e si differenziano sostanzialmente per l’intenzione: romantica e internazionale la prima, seria e intensa la seconda che si configura come la più bella sentita stasera. La voce di Giusy è più controllata, non fa più i miagolii dei suoi primi tempi e si concentra su un’interpretazione che la avvicina sorprendentemente a Patty Pravo: valeva la pena aspettare.
La giuria, in sintonia con me, manda alla finale Ti porto a cena con me.

Ecco fatto. Ora si può andare a letto… Domani sera di nuovo qui, per gli altri sette “Campioni” e i primi quattro “Giovani”.

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