Etichetta: Friction
Tracce: 10 – Durata: 57:09
Genere: Pop Rock, Nu-Prog
Voto: 4/10

Posto che la voce di Guy Garver è sempre molto affascinante (e in questo giro anche un tantino più personale nella sua timbrica vicina a quella di Peter Gabriel), bisogna riconoscere che, al contrario, la sua vena creativa appare un po’ affievolita. Le canzoni di The Take Off And Landing of Everything, portano gli Elbow su territori raffinati di Pop macchiato di Progressive che lasciano al palo la freschezza delle composizioni che eravamo abituati a sentire sui loro dischi. Come se, in qualche modo, avessero tirato i remi in barca in favore di composizioni esili e minimali, incapaci di creare la giusta atmosfera per affascinarci. L’apertura con This World Blue mette subito in chiaro le cose: il pezzo ha un’aria molto enfatica, una ballata orchestrale, con la ritmica offuscata da un tappeto elettronico e da arpeggi accennati della chitarra ma che… non riesce mai a prendere realmente il volo. Così Charge che introduce un pattern ritmico molto interessante ed elegante (pennate di chitarra sui quarti, un basso elettronico che fa una figura ciclica vagamente New Wave) per poi crollare nella prima variazione, incapace di reggere il livello di qualità promesso. E dire che, con il primo singolo (Fly Boy Blue/Lunette), erano state accese le speranze di avere un disco sì impegnativo ma molto intrigante, sotto l’aspetto dei suoni e degli arrangiamenti. Ahimè rimane uno dei rari pezzi del pacchetto a discostarsi un minimo dalla eccessiva linearità generale. 
Un album quasi tutto da dimenticare che accende la nostra delusione per la mancanze generale di reali momenti di tensione, con brani che tendono a girare attorno senza giungere a compimento. Il riassunto perfetto di questa “mancanza” è sintetizzato alla perfezione dalla title track che gioca a fare il verso a Tomorrow Never Knows, dimenticandosi del pregio principale del capolavoro beatlesiano di rimanere dentro ai tre minuti di durata, sforando fin oltre i sette in maniera piuttosto infruttuosa. 
Un album che fa più rabbia che altro, in particolare quando gli Elbow tirano fuori gli artigli e si ricordano di essere capaci di scrivere canzoni degne di nota come Honey Son o The Blanket Of Night che, assieme al singolo di cui sopra, riescono a farceli perdonare almeno un po’.
Un peccato perché sembra più che altro un progetto sfuggito di mano, come se dopo aver lavorato alle canzoni la band non sapesse quale direzione dare all’album, scegliendo di caricarle di un’enfasi tanto inutile quanto stucchevole, rendendole incapaci di liberarsi nell’aria, imprigionate come sono in un autocompiacimento troppo rigido e noioso.

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