Etichetta: LL
Tracce: 9 – Durata: 33:10
Genere: Pop
Voto: 4/10

Con I Never Learn, Lykke Li pubblica l’ultimo capitolo di una trilogia iniziata con Youth Novels nel 2009 e seguita da Wonded Rhymes nel 2011. Dico questo a vantaggio di chi, come il sottoscritto, non s’era mai addentrato nella musica di questa ventottenne svedese fino ad oggi. La curiosità mi è arrivata dopo aver letto alcune critiche entusiastiche ma l’aspettativa non è stata sufficientemente ripagata. L’album è un prodottino pop, con molte ambizioni ma non altrettanti risultati. C’è un grande impiego di strumentazione e una produzione molto affannosa che riempie ogni brano di una musicalità che alla lunga diventa soporifera e che rischia occasionalmente di sforare i limiti della stucchevolezza. Non è male la timbrica nasale della voce ma manca una dose di versatilità che sopperisca alla sua monocromaticità. 
Gli arrangiamenti, poi, appaiono sovraccarichi e troppo densi, quasi come se le canzoni venissero imprigionate in un bozzolo di trame e sfilacci.

Di primo acchito il lavoro appare come un affascinante percorso tra le eccentricità della musica leggera del passato ma il gioco mostra presto la corda, sconfinando troppo spesso nella noia, oltretutto espressa con una ingiustificata enfasi.
Qualche buon numero farebbe anche parte del pacchetto se non tendesse a sparire dietro a un prodotto generale che fatica a lasciarne emergere le qualità nel continuo accenno al pop raffinato della 4AD degli anni 80 mescolato con le stravaganze pretenziose della Kate Bush di Houds of Love
I Never Learn non rompe canoni, non ha fantasia, non incuriosisce e non propone nemmeno una sua strada. Vorrebbe raggiungere livelli alti di arte ma finisce per rappresentarne poco più che un noioso simulacro.

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