Etichetta: Warp 
Tracce: 9 – Durata: 44:19
Genere: Pop, Elettronica
Voto: 3/10

Ai maestri, solitamente, si chiede di dare il massimo, spesso di dare anche di più. In quanto iniziatori, si chiede loro di dimostrare qualcosa, qualsiasi cosa. A Brian Eno, da qualche anno, abbiamo smesso di chiedere perché di lui ci piace proprio la capacità di sapersi mettere in gioco anche con cose e generi che non lo riguardano. Ci piaccia o meno, è a lui che si devono molte intuizioni felici della musica pop degli ultimi anni, dal Glam Rock alla New Wave, dall’Ambient al Noise, dalla World Music alla House, diciamocelo: Eno c’è arrivato sempre prima degli altri. Così, quando è apparso l’annuncio di un suo disco realizzato con Karl Hyde, la cosa ha finito con l’incuriosire parecchi suoi seguaci. Hyde è, per chi se li ricorda, il frontman dei Freur, artefici di uno Smash Hit negli anni 80 intitolato Doot-Doot, ma anche il fondatore degli Undreworld che, nel decennio seguente, si fecero notare con un pezzo potente e innovativo come Born Slippy, consegnato alla storia da Danny Boyle, che lo usò nella colonna sonora di Trainspotting, facendone il suo simulacro audio e portandolo nelle posizioni alte delle classifiche di tutto il mondo.
Ecco. Ora Brian Eno e Karl Hyde hanno unito le forze ed hanno realizzato Someday World che è, ahimè, uno dei dischi meno interessanti che ci si potesse aspettare.
Pur mantenendo una certa originalità, nella quale a spiccare è la personalità di Hyde più di quella di Eno, il disco è talmente raffazzonato da risultare a tratti imbarazzante. Da un maestro del suono come Eno, in un’epoca in cui lavorare sui suoni è operazione affascinante e stimolante,  è difficile accettare sintesi elettroniche di così bassa lega. Fiati che sembrano usciti da una vecchia tastierina Casio, ritmiche goffe e banalmente Dance, composizioni inesistenti basate principalmente sulla ripetizione ossessiva di note, con scarso impiego di armonie e raccolte in una confezione dalla caratteristiche di poco superiori a quelle dell’Home-recording.

Se il low-profile fosse intenzionale, potremmo ardire alla teoria della “missione: compiuta” ma, invece, c’è un largo sfoggio di musicisti e collaboratori: Andy Mackay dei Roxy Music, Will Champion dei Coldplay, John ReynoldsTessa Angus, Nell Catchpole, Kasia Daszykowska, Don E., Georgia Gibson, Chris Vatalaro e perfino Miss Darla Eno (di Brian), tutti al servizio di un’opera che entra da un orecchio ed esce dall’altro senza scalfire neanche un minuscolo grammo della nostra memoria.
La produzione (di Eno e Fred Gibson) non tiene conto della basilare regola della leggerezza e finisce il più delle volte con l’apparire debordante, inutilmente densa, con le canzoni che faticano ad uscire dalle casse, con la supponenza, palpabile, di aver creato qualcosa che esuli dalle “sciocchezze” pop di Daft Punk / Pharrell ma in grado di restituire solo un electroclash ammuffito e stantìo che avrebbe fatto fatica a emergere perfino vent’anni fa.
Un album pervaso da uno sconfortante senso di inutilità aggravato dalla presenza di musicisti che sembrano allo sbaraglio totale, in un progetto che non ha alcun disegno. Un passo falso come pochi sentiti quest’anno. Ignoratelo.