Etichetta: Warp
Tracce: 6 – Durata: 43:31
Genere: Elettronica, Highlife
Voto: 7/10

A pochi mesi da Someday World, Brian Eno e Karl Hyde pubblicano un nuovo album. Una cosa che, quando succede, fa generalmente pensare a una raccolta di scarti, di materiale recuperato. Incredibilmente, invece, appare immediatamente alle orecchie che High Life è un lavoro che ha poco a che spartire con il precedente. In primo luogo il genere trattato e piuttosto diverso e, in seconda battuta -non da sottovalutare-, decisamente migliore.
Certo, nemmeno in questa occasione abbiamo un capolavoro ma Eno si impegna nella realizzazione di un genere che gli si addice molto di più, sviluppando trame e temi che aveva già affrontato nei brillanti ed indimenticabili lavori con David Byrne e i Talking Heads (DBF fa deliberatamente il verso a Remain in Lights mentre Time to Waste it è più meno una Regiment – Part.2). 
Quindi forse sbagliavo, in sede di recensione del numero precedente, a pensare che a un iniziatore come lui fosse concesso anche di azzardare: qui appare evidente la sua maggiore efficacia quando tratta materie a lui più congeniali. Questo disco contiene musica etnica di ispirazione africana con una dose di modernità che, applicata a questi canoni, si adatta splendidamente.
Il titolo stesso, per altro, parla chiaro almeno agli intenditori: si chiama highlife quel tipo di jazz-pop proveniente dall’Africa orientale, che ha avuto un momento di vero boom a metà del secolo scorso.
Il gioco, dunque, si fa facile per Eno. E Hyde stavolta si affianca al lavoro del maestro quasi senza infierire e portando più che altro un tocco di modernità a un’operazione che, altrimenti, sarebbe apparsa un tantino autoriferita.
Registrato in cinque giorni, High Life è un disco che ha nell’immediatezza la sua forza principale e che, proprio di questa, gode nella sua perfetta fruibilità.
Eno, poi, offre anche alcune prove vocali, cosa piuttosto rara negli ultimi tempi e, anche in questo senso, si tratta di una delle sue migliori prove da almeno vent’anni a questa parte.
Insomma, un disco che sembra nato dalla voglia di fare musica più che dai legami contrattuali e che, senza ombra di dubbio, lascia intravedere tutto l’entusiasmo che è stato impiegato per ottenerlo.
Se anche voi pensate che, dopo Someday World, Brian Eno e Karl Hyde avessero qualcosa da farsi perdonare, considerate questo album come il modo per riuscirci.

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