Etichetta: Nettwerk
Tracce: 21 – Durata: 101:40
Genere: Rock, New Wave
Voto: 7/10

Immaginare di affrontare un disco solista di Peter Murphy senza fare i conti con i Bauhaus è un’impresa talmente difficile che anche lui stesso ha scelto di mettere in commercio il suo nuovo Lion accompagnato da un bonus disc in cui reinterpreta (dal vivo) una decina di pezzi tratti dal repertorio della sua storica band. E proprio dal Disco 2 inizia la mia recensione, dal momento che si tratta di un lavoro diretto e crudo in cui Murphy dimostra di essere il definitivo proprietario di alcune tra le più indimenticabili pietre miliari della musica giovanile inglese degli anni ’80. È ufficialmente lui ad aver “inventato” il Gothic Rock ed è sempre lui ad aver piantato il seme di una stagione drappeggiata in nero e piena di riferimenti colti e letterari. Un concerto ripreso nella sua infiammabile potenza dove la qualità sonora lascia spesso a desiderare ma nel quale è facilissimo immaginare le qualità da performer di Peter. Double Dare, Stigmata Martyr, The Passion of Lovers e l’inevitabile Bela Lugosi’s Dead son tutte parte della scaletta, tutte molto simili a quelle che abbiamo imparato a conoscere nei vecchi dischi dei Bauhaus e che, mediamente, ci aspettiamo di ascoltare andando a un suo concerto. Fosse uscito da solo, sarebbe un disco di nessun interesse ma così, come bonus, risulta gradevole e perfetto per segnare un territorio. 
Lion, invece (che è uscito anche da solo), è il suo nuovo disco e, per quanto l’allegato bonus faccia di tutto per riportarcelo in seno ai Bauhaus, si presenta come un lavoro solo vagamente incline ai fasti del passato. Il lavoro si avvale della inestimabile collaborazione di Martin “Youth” Glover e si configura come la declinazione “anni dieci” dell’opera di Murphy. Con David Bowie sempre dietro l’angolo ma con una vorace necessità di dire qualcosa di interessante anche a chi non abbia mai sentito i dischi dei Bauhaus o di Bowie.
Undici tracce dark-metal-dance-pop in cui la scelta dei suoni è l’arma principale, dove Murphy gigioneggia fino all’eccesso sia pure col coraggio di limitare insistentemente il grottesco. Peter ha una grinta sorprendente, la sua voce è ferma e sicura anche quando si concede certe sfrenatezze vicine al macchiettismo e le canzoni hanno un sapore lontanissimo dal revival. Youth ha saputo comprendere la cifra di Peter e si è messo al suo servizio svecchiando il suo timbro ma lasciando intatta quell’aura gotica che i fans della prima ora pretendono di ritrovare. Non era facile.
Non è un disco indimenticabile e, in qualche occasione, appare perfino un tantino debordante ma deve essergli riconosciuto il coraggio di provare a mettere in scena qualcosa che sia un tributo senza citare niente che arrivi direttamente dal (suo) passato. Le ombre sono tutte lì, nessuno osa spostarle e Peter si guarda bene da accendere luci che potrebbero cancellarle. Al contrario si gonfia di se stesso e impone la sua icona nello splendore del technicolor. E pazienza se il film è ancora in bianco e nero: certe ballate mortifere (Compression, Loctaine e Lion) risulterebbero ridicole per mano di chiunque altro mentre lui appare perfettamente in parte. La formula proposta è quella di uno studio perfetto per convincere il mondo della propria personalità, che non riuscirebbe mai ad essere esile o leggiadra e che fa del suo turgore l’inequivocabile chiave per entrare in questo mondo.

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