Artista: Tom Waits
Etichetta: Island
Anno: 1985

Quando Tom Waits incise Rain Dogs fece qualcosa per la quale, nel 1985, non eravamo preparati. Lui, che aveva comunque cominciato un percorso sperimentale già col precedente Swordfishtrombone, portò alle estreme conseguenze un linguaggio che il mondo accolse parallelamente con entusiasmo e con sbigottimento. Molti capirono immediatamente il valore di quel 33 giri mentre altri si trovarono spiazzati nell’affrontare qualcosa che non era mai stato fatto. Ricordo ancora la recensione sul mensile Rockstar dove un giornalista (di cui non farò il nome ma che, se siete sulla cinquantina, immaginate) lo liquidò come un disco mal riuscito che segnava l’inizio del declino di un autore inadeguato alla sperimentazione.
Sono certo che anche quel giornalista, con gli anni, avrà cambiato idea perché la musica moderna non può prescindere da Rain Dogs così come da The Velvet Underground & Nico, Sgt.Peppers…, The Dark Side of The Moon e Remain in Lights. Sono album che rompono col passato e creano un nuovo inizio. Lavori inconsapevolmente innovativi, guidati dall’entusiasmo creativo del loro autori in preda al semplice processo artistico. Sicché, se vi sembra difficile riferirvi oggi a un disco fondamentalmente rock-blues come a qualcosa di altamente sperimentale è semplicemente perché dopo quel disco, i suoni del rock-blues a cui il mondo era “abituato” sono stati sostituiti da quelli in esso contenuti.
Le incursioni nel jazz, fino ad allora, non erano facilmente digerite dagli ascoltatori di musica pop. Figuratevi se ad esse venivano associate divagazioni folk e rhythm & blues. In Rain Dogs c’era tutto questo, in un compito svolto talmente bene da lasciare tutti a bocca aperta: groove rubacchiati al Soul della Stax (Walking Spanish che evoca Green Onions), altri che rimandano ai jazz club fumosi degli anni 50 (Time) e al musical (Singapore) con digressioni nella musica popolare (Cemetry Polka, Tango Till They’re Sore) e alle canzonette dei film Disney (Diamonds And Gold che cita Cam Caminì da Mary Poppins). Per la prima volta il concetto di contaminazione era riuscito a entrare in un lavoro che ottiene la sua forza principale da una  potente compostezza, contrapposta alla debordante libertà espressiva dei musicisti.
E i musicisti sono tutti incredibilmente in parte, tutti guidati dalla direzione impeccabile di Waits che, mai come in questo album, ha idee chiarissime sul risultato da ottenere. 
Strumenti originali e bizzarri condividono in modo inaudito il pentagramma, con la chitarra elettrica che si fa largo su un tappeto di marimba e percussioni (Clap Hands), la fisarmonica che fa botta-e-risposta con un trombone (Cemetry Polka) e un clarinetto che si trova a a far rimbalzare le note tra le trame delle percussioni metalliche (9th & Hennepin).
Tra i musicisti spicca un ospite d’eccezione come Keith Richards che, in vacanza dai Rolling Stones si concesse una delle più stravaganti e riuscite session della sua vita (Union Square, Blind Love, Big Black Mariah). Gli altri, invece, diventarono star di prima grandezza dopo (e grazie a) questa registrazione: Greg Cohen, Bob Funk, Chris Spedding e, soprattutto l’immenso Marc Ribot sono stati, per molti anni, “quelli che hanno suonato in Rain Dogs“.
Tom Waits scrisse le 19 tracce del disco nel breve arco di due mesi durante i quali ha registrato moltissimi suoni di strada. La città, nelle intenzioni, doveva essere la protagonista del concept e i “rain dogs” del titolo i personaggi di contorno, interpreti di storie ai margini della società, tra alcol, amori sventurati, miseria e nobiltà. 

La foto di copertina, che in molti hanno creduto ritraesse il cantautore, è in realtà uno scatto del fotografo svedese Anders Petersen, parte di una serie scattata al Café Lehmitz nel quartiere a luci rosse di Amburgo alla fine del 1960. Il titolo della fotografia è Rose e Lily che sono presumibilmente i nomi delle due persone ritratte nella foto (la potete vedere qui). Le scritte del titolo riprendono quelle del famoso primo album di Elvis Presley (riprese anche da The Clash per London Calling) ed esistono in due colorazioni diverse: blu, la versione americana e rossa quella europea.

 

Rain Dogs è un disco malinconico e profondo capace di trasmettere sentimenti contrastanti che vanno dalla serenità alla mestizia. Basta lasciarsi andare ad ascoltare le storie (e soprattutto il modo in cui la voce di Waits le rende vive e reali) per accorgersi di quanto questo disco sia stato seminale e importante.
Uno di quei dischi da mettere nella discoteca fondamentale del rock’n’roll, da far ascoltare ai ragazzi delle scuole e obbligatorio per chiunque voglia capire qualcosa di come si compone una canzone. 

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