Artista: Faust’o
Etichetta: CGD
Anno: 1978

Dopo l’intro strumentale, la prima canzone di Suicidio, esordio di Faust’o del 1978, è proprio la title track e le cose diventano chiare immediatamente: il suicidio non è una metafora, si parla della noia, della depressione e della sensazione d’inadeguatezza che prova chi soffre del male di vivere. La costruzione è perfetta: basso evidente (Stefano Cerri), batteria pesante e marziale (Mauro Spina), un riff di pianoforte che regge il controcanto armonico per tutta la durata del pezzo (Franco Graniero) e, a metà, un assolo di chitarra che si sviluppa, acido e tagliente, su un tema sentito poco prima in sottofondo (Alberto Radius). La voce di Faust’o è acerba, sgraziata, probabilmente trattata con qualche effetto che ne snatura la grana. I riferimenti musicali sono già tutti chiari: principalmente si riconosce una riverenza manifesta verso le glaciali atmosfere inaugurate dal Bowie più oscuro di Station to Station e immediatamente dopo viene fuori una personalità che nessuno, fino a quel momento, aveva mai sentito in Italia.
Con Godi, subito dopo, lo scenario cambia: il testo scritto da Oscar Avogadro, storico paroliere amico di Alberto Radius, mette in scena un’apologia dell’anarchia, in perfetta simbiosi con i tempi. Il Punk inglese, passato quasi inosservato nell’Italia di allora (salvo un paio di doverose eccezioni) aveva comunque colpito anche qualche nostro lungimirante autore e Avogadro ne approfittò per prendersi qualche libertà lirica, scegliendo un immaginario iconoclasta e rabbioso che Faust’o incarna con particolare trasporto, sputando veleno su istituzioni e regole, lasciando che le parole diventino sue con convincente intensità. Per Bastardi cambia la band di supporto e al posto di Cerri e Spina, arrivano Louis Viviers (basso) e Lorenzo Pergolato (batteria) mentre Stefano Lettini (chitarra) lascia a Radius solo l’assolo centrale. Inevitabile anche un cambio di atmosfera che incupisce la ritmica a vantaggio di un brano arrabbiato, critico e criptico dove si sente ancora l’influenza di Bowie ma soprattutto quella di certe band americane come Pere Ubu e Chrome.Un brano a tratti inquietante ma capace di trasmettere una grande forza attraverso un linguaggio fino ad allora inesplorato nel nostro Paese. Straniante è la chiusura della facciata A, affidata a una canzone davvero anomala nella dinamica dell’LP: Piccolo Lord. L’unica concessione nell’intero album a una sonorità un po’ retrò e dove Radius, nell’ottimo assolo finale, riporta alla memoria le sue storiche divagazioni chitarristiche apprezzate nelle session con Lucio Battisti e con la Formula 3. Un brano nel quale il chitarrista deve essersi sentito particolarmente a suo agio proprio a causa della sua natura a tratti vicina proprio alle celebri costruzioni di Battisti e Mogol: si tratta di una piccola suite con diversi movimenti, costruita al fine di creare una scenografia perfetta per la vicenda raccontata. A differenza degli altri brani, infatti, Piccolo Lord mette in scena una vera e propria storia, dove un ragazzino, costretto a studiare il pianoforte contro la sua volontà, è trattato come un fenomeno da baraccone da una madre che lo costringe a esibirsi per le sue amiche, fino all’inevitabile ribellione del ragazzo che manda all’aria tutto il perbenismo cui era stato costretto da sempre. Un finale a sorpresa riporterà tutto alla realtà mentre il brano diventa un rock, appena spruzzato di progressive, e un coro femminile (non accreditato) accentua i passaggi armonici con uno yeah yeah yeah! dall’efficace contrasto.
Il brano che apre la seconda facciata, Eccolo qua, presenta degli inserti di elettronica ben amalgamati in un arrangiamento d’ispirazione sicuramente britannica, su un andamento tra il vaudeville e il cabaret, al servizio di una canzone sull’ambiguità tipica del glam rock degli anni 70 e suggerita dall’immaginario degli Sparks, probabili ispiratori della canzone. Diversa e più “moderna”, invece l’origine de Il mio sesso che sposta i riferimenti sulla new-wave pioneristica degli Ultravox! tanto da citare, quasi pedissequamente My Sex, una canzone del loro primo album. Dal brano del gruppo inglese Faust’o mutua la costruzione melodica, sia pure con accenti ritmici ampiamente diversi, oltre al concetto stesso espresso dal testo. Una pratica, questa, che Faust’o svilupperà negli anni come una caratteristica peculiare nel modo di scrivere le liriche, almeno per tutto il periodo in cui ha usato lo pseudonimo. Se My Sex diceva “My sex is often solo (…) is savage and tender (…) is invested in suburban photographs skyscraper shadows on a carcrash overpass …” Per Il mio sesso Faust’o avrebbe scritto “Il mio sesso è spesso solo (…) è fragile e pauroso (…) Non si sente uguale a grattacieli eretti in nome suo…”, inventando una sorta di stile per mettere in luce un modo diverso, sicuramente autoctono, di tributare le proprie passioni. Così come nella confezione delle partiture spesso si lascia ispirare da brani importanti, altrettanto l’autore decide di utilizzare parole e versi sentiti nei testi delle sue muse, riscrivendoli fino a renderli autografi. Sebbene sia lecito aspettarsi dei crediti, rimane indiscutibile la capacità di Faust’o di appropriarsi delle parole in una maniera talmente ben congegnata da togliere ogni dubbio sul dolo. D’altronde nel comunicato stampa distribuito dalla CGD in fase di promozione, Faust’o citava una per una tutte le influenze riconoscibili nel disco.
Ma in “Suicidio” non mancano le aperture liriche originali e non è difficile trovare anche temi ingombranti ed inediti per la nostra canzone di allora come la pedofilia (C’è un posto caldo) e l’alienazione (Innocenza).
Il clamoroso numero conclusivo, la celebre Benvenuti tra i rifiuti, era una canzone talmente “importante” che la CGD decise anche per un’uscita su 45 giri. Il brano, costruito su un telaio ritmico piuttosto monocorde, si adagia sul riff sugli ottavi di pianoforte ripreso dal tema iniziale di Intro, utili a reggere l’andamento new-wave della struttura ritmica che inizialmente accompagna le strofe e i ritornelli per poi trasformarsi in un pedale conclusivo perfetto per accogliere gli inserti di tastiere analogiche dipanati in crescendo sul tema principale della canzone. Il testo è di denuncia sociale, legato più che altro alle canzoni di protesta del lustro precedente ma inserito in un ambiente nuovissimo e cosmopolita, capace di affiancarsi alle proposte internazionali della nuova musica pop. Benvenuti tra i rifiuti è il perfetto brano conclusivo per l’album che, in questa maniera, conferma la sua natura di concept, concludendo, per certi versi, l’epopea di un genere che, come abbiamo già detto, in Italia continuava ad essere ancora piuttosto comune, sebbene all’estero certi nuovi linguaggi pop avessero già cominciato a farsi strada. E in questo sta la forza di Suicidio: riuscire a imporsi con dignità, come il perfetto disco di transizione tra la tradizione pop-rock all’italiana e la sperimentazione verso territori più moderni, in grado di anticipare di qualche anno l’evoluzione della cosiddetta new-wave di casa nostra.

(Questa che avete letto è una revisione, rimodellata per il blog, della scheda su Suicidio che troverete nel mio prossimo libro Dentro Questi Specchi, discografia completa di Faust’o / Fausto Rossi, in libreria a Settembre via Crac Edizioni).