Etichetta: Yebo Music
Tracce: 10 – Durata: 36:29
Genere: Pop Rock
Voto: 5/10

The Pains of Being Pure at Heart è un gruppo difficilmente definibile tale. Kip Berman, leader della band, sembra avere un caratterino niente male, di quelli che fanno allontanare i musicisti dal gruppo. Non ho capito bene come sia successo ma la formazione che suonava nel primo album è stata cambiata completamente nel corso di pochi mesi e in Days of Abandon, loro terzo disco, pare sia stato sostituito nuovamente un chitarrista. Di loro in giro se ne parla quasi unanimemente come di un progetto solista di Berman che incarna sempre più la definizione di Morrissey americano, così come la stampa di mezzo mondo si diverte a definirlo. 
Non bastasse il carattere, sarà sufficiente ascoltare una qualsiasi delle canzoni del nuovo disco per ritrovarvi ad esclamare con malcelato sospetto il nome di The Smiths. Dieci pezzi e più o meno otto diverse declinazioni del sound Morrissey-Marr anni ’80. Un’altra prova dell’influenza che i mancuniani hanno ancora oggi su molti giovani musicisti (anche in USA: The Pains of Being Pure at Heart sono di New York) e che, in qualche modo, non fa che stuzzicare l’ego smisurato del buon Morrissey che forse sorride sotto i baffi per un tanto accorato omaggio.
Nessuna delle dieci canzoni del pacchetto è da buttar via ma sono troppo poche le occasioni di Berman di mostrare un suo taglio. Più genericamente sembra accontentarsi di essere così appassionato di una certa tendenza musicale britannica di quando ancora non era nato (o era piccolissimo).
Capisco la passione e so benissimo, da fan, che The Smiths sono una di quelle formazioni che ti si attaccano addosso, che ti rende succube e inebetito e che ti costringe a infarcire le conversazioni con frammenti di testi di canzoni ma qui si esagera un tantino. Qui si rasenta il plagio e, quando manca l’appiglio al gruppo di Manchester, si fa davvero fatica a capire quale possa essere l’evoluzione di una band che dice cose che qualcun altro ha detto molto meglio una trentina (abbondante) di anni fa.
Morrissey è vivo e vegeto, ha appena pubblicato un album tra i più belli della sua carriera, ai concerti canta ancora qualche canzone di The Smiths. Johnny Marr fa altrettanto. Queste sono le mie due motivazioni per rimettere questo disco sullo scaffale e lasciarcelo per sempre. Voi riuscite a trovarne almeno altre due sufficientemente valide per farmi cambiare idea?

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