Etichetta: Asawa Kuru
Tracce: 10 – Durata: 41:46
Genere: Dream Pop
Voto: 9/10

A quattro anni da Penny Sparkle, i Blonde Redhead tornano con un disco dal carattere piuttosto forte che, pur senza tradire le aspettative, sembra volto a mettere in scena un impianto sicuramente più acustico rispetto a quelli adottati per i titoli pubblicati con la 4AD nel decennio precedente.
Barragàn, prodotto da Drew Brown (Beck, Radiohead, The Books…) per la piccola Asawa Kuru, non presenta un ritorno al Rock dei primi anni, per il quale oggi il trio newyorkese di Kazu Makino coi gemelli Pace apparirebbe un tantino fuori parte, e nemmeno un accentuarsi dell’enfasi elettronica e sinfonica dei due dischi precedenti ma c’è un delizioso  risultato di entrambe quelle anime, quelle che ce li ha fatti amare per così tanto tempo. Le chitarre di Amedeo sono tornate molto presenti e le ritmiche di Simone si divertono a sorprenderci co brillanti acrobazie ritmiche lasciando a Kazu Makino il ruolo di voce solista in quasi tutti i brani (fa eccezione unicamente la lunga e bellissima Mind to be Had, cantata da Amedeo e la conclusiva Seven Two interpretata da entrambi).
Naturalmente nessuno, tra coloro che conosce l’opera dei Blonde Redhead, si stupirà nel sapere che le canzoni sono tutte molto ben scritte ed elegantemente raffinate, così come nessuno si stupirà per la molta sperimentazione che la band ha affrontato per raggiungere una sonorità tanto moderna e innovativa che, con l’uso di strumenti così asciutti, appare ancora più efficace.
Barragàn, che deve il titolo all’opera dell’architetto Luis Barragán è nato, secondo le parole di Amedeo e Simone Pace, proprio qui in Italia, loro terra d’origine alla quale insistono a ribadire di sentirsi ancora molto legati: “Il disco è nato due anni fa quando eravamo in tournée, precisamente in Piemonte, ad Alba. Abbiamo deciso di rimanere lì una settimana. Ci hanno prestato una specie di teatrino per fare le prove e abbiamo affittato anche un piccolo albergo”. In seguito, il lavoro si è sviluppato attraverso varie fasi: siamo andati in studio e Drew Brown ha preteso che suonassimo liberamente come in vere e proprie jam session. Poi, in Michigan siamo stati in un posto davvero incredibile, desertico, nel quale non avevamo niente altro da fare che suonare. La sera dormivamo nello studio affianco a strumenti molto rari“. (fonte: La Repubblica)
Un’altra sorprendente svolta stilistica nella storia di una band che, dopo venti anni di onorata carriera, ha ancora l’entusiasmo e la voglia di mettersi in gioco che aveva agli esordi. Non è un dettaglio da poco.

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