Etichetta: Matador
Tracce: 10 – Durata: 39:53
Genere: Rock, New Wave
Voto: 5/10

Dagli Interpol è uscito Carlos Dengler, il bassista. Un brutto colpo perché era uno dei componenti più creativi ed un motore imprescindibile per la band. Per la critica, sembra girare tutta attorno a questa perdita l’uscita di El Pintor, quinto album della formazione anche se, a ben sentire, ci sarebbero molti altri argomenti di cui scrivere, non ultimo quello che li vede alle prese con una vena creativa che, confrontata con quella espressa nel precedente album, appare sinceramente migliorata.
Purtroppo non siamo ancora a livelli di eccellenza cui la band ci aveva illuso ai tempi delle prime uscite e dispiace sentirli ancora una volta rincorrere le sonorità degli anni 80, in maniera sterile e un po’ confusa. Se gli inizi, riecheggianti Joy Division e Psychedelic Furs, arrivavano in un momento in cui la riscoperta della New Wave era l’espressione più innovativa per il rock internazionale, oggi quella formula appare un tantino raggrinzita. 
Certo, direte voi, questa è la cifra precisa degli Interpol: cosa vuoi che facciano? E non riesco a darvi torto. Ciò nonostante, sentito una volta, El Pintor non fa scattare la molla del riascolto. Non ci sono momenti particolarmente memorabili e anche quando troviamo pezzi di altissimo potenziale (Anywhere) ci scontriamo con arrangiamenti inutilmente caotici dove le chitarre sembrano in balia di un esaurimento nervoso, inquietanti rincorse al riff incisivo, salvo poi rivelarsi nella più totale ed ingarbugliata inadeguatezza. E sono proprio nei confronti delle chitarre che, in linea generale, si sono fatte le scelte più sbagliate dell’album. Eccessi, il più delle volte stucchevoli, che smuovono un nervosismo tale da farci venire la voglia di correre in studio a togliere il jack dall’amplificatore. Anche un pezzo implicitamente valido come Same Town, New Story è, sotto quell’aspetto, tremendamente tedioso. Lo ascolti e lo riascolti e ti accorgi che forse bastava un equilibrio migliore dei suoni per farne uscire la magia interpretativa.
Ci sono, dietro ad ogni pezzo, delle buone intenzioni che però faticano a emergere. Viene da pensare che gli Interpol possano essere stati consigliati male, se non addirittura abbandonati nella fase di rifinitura dei brani. Eppure ci ha lavorato un team piuttosto prestigioso: James Brown (Foo Fighters, Arctic Monkeys…) al banco, Alan Moulder (My Bloody Valentine, Nine Inch Nails, Depeche Mode, Placebo, Killers…) al missaggio e Greg Calbi (Bob Dylan, Kurt Vile, St. Vincent…) alla masterizzazione. Niente: nemmeno questo è servito a fermare gli eccessi sfrenati di una band in preda all’ansia da Rock duro, come se eccedere nei fraseggi di chitarra fosse sufficiente a elevarsi dal marasma della musica leggera, quand’anche questa possa essere vista come un limite espressivo.
Insomma, si apprezza lo sforzo ma non il risultato. In tutto ciò, per l’affetto che proviamo per loro, si spera che El Pintor funzioni abbastanza da permettere agli Interpol di riprovarci. Finire la carriera con un disco come questo sarebbe un po’ triste.