Artista: Moby
Etichetta: V2 Records
Anno: 1999

Dalla nascita del Rock’n’Roll è facile individuare alcuni album in grado di segnare un passo decisivo nell’innovazione del linguaggio di quella espressione musicale. Forse sarà un caso ma ho notato che nell’ultimo anno di ogni decennio, escono dischi che finiranno (a volte loro malgrado) per influenzare il corso della musica del decennio seguente. Se nel 1959 The Genius of Ray Charles faceva da apripista alla florida stagione del Rhythm & Blues degli anni 60, nel 1969 The Aerosol Grey Machine dei Van Der Graaf Generator poneva la prima pietra dei quell’ingombrante baraccone che fu il Rock progressivo. Allo stesso modo, se nel 1979 London Calling di The Clash decretava la nascita del Rock ribelle e impegnato degli 80’s, nel 1989 Puta’s Fever dei Mano Negra dava l’avvio alla commistione di stili e di generi che avrebbe connotato buona parte degli anni 90. E Play, quinto album di Moby, è sicuramente un album seminale per tutta l’elettronica degli anni zero. Nonostante ci fossero già stati esercizi di sample-music, house e hip hop, il DJ newyorkese riuscì a farne un’operazione (da 12 milioni di copie!) di stile, gusto e competenza.
In un album pieno di singoli (ne furono estratti nove, tutti finiti in top 10) Moby si divertì a infilare decine e decine di campionamenti, da Bessie Jones a Joe Cocker, in un bizzarro quanto innovativo metodo di composizione. La maggior parte dei campioni, però arrivava da un progetto diventato a sua volta famosissimo. Si tratta di una raccolta di cosiddetti field recordings, realizzati in giro per il mondo dall’etnomusicologo Alan Lomax, che finirono col diventare i temi, principalmente cantati, di brani come Honey, Find My Baby, Natural Blues e Run On. Se fino a quel momento la musica che faceva grande uso di campioni palesi era semplicemente destinata alle piste da ballo, con ingredienti basilari come cassa in quattro, un riff accattivante e un sample che si facesse ricordare, adesso Moby aveva sfondato la porta della world music e portandola in ambito pop con estrema leggerezza e in una maniera talmente efficace che nessuno (nemmeno Brian Eno, Peter Gabriel e David Byrne) c’era riuscito prima. Play divenne una fucina di successi commerciali da grandi occasioni, avvalorando ancora di più la legge vincente del less is more: Il DJ utilizzò pochissimo materiale originale ma riuscì lo stesso a portare a termine qualcosa di mai sentito prima e, per questa ragione, assolutamente autografo.
Il successo del disco fu tale che Moby non riuscì a lavorare a un suo successore per almeno due anni, essendo impegnato incessantemente con la promozione di Play: concerti, videoclip (ne furono girati OTTO), interviste eccetera lasciarono che l’album e i suoi singoli soggiornassero ininterrottamente nei posti alti delle classifiche per circa tre anni: qualcosa di impensabile oggi.
Parte del successo è dovuto anche alle molte apparizioni che le tracce dell’album fecero in spot pubblicitari, film e programmi TV. Moby, in un’azione che all’epoca suscitò molte polemiche, decise di concedere una licenza totale per tutte le tracce dell’album. Qualcuno disse che era l’apoteosi della mercificazione dell’arte ma Moby spiegò, con molta serenità che chiunque realizzi un prodotto discografico ha come scopo principale quello di farlo arrivare al maggior numero di persone possibile e che quello scelto non era che uno dei tanti veicoli per riuscirci. Il suo manager Eric Härle, per rispondere alle insistenti critiche che avevano liquidato la cosa come una “una campagna di marketing per un disco che non si adatta alla radio mainstream” rispose che, in realtà, le agenzie chiedevano di utilizzare la musica del disco come accompagnamento per qualsiasi cosa, proprio per il successo che stava ottenendo e non viceversa.
Sta di fatto che, ancora oggi, la maggior parte delle canzoni di Play sono entrate nella memoria storica di tutti noi. Alcuni pezzi sono molto più conosciuti dello stesso suo autore. E questo grazie a quella licenza. Niente male come effetto, no?
Ad avvalorare la tesi, se ce ne fosse bisogno, c’è anche il fatto, tutt’altro che secondario, che a quindici anni dalla sua uscita (quando il disco ha perso quell’effetto di insistenza di cui ha goduto all’epoca) rivela ancora di una eccellente qualità sonora e una indiscutibile attualità, con suoni elettronici talmente all’avanguardia da non subire l’effetto che il tempo lascia su questo genere di arrangiamenti.

 

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