Artista: The Alan Parsons Project
Etichetta: Arista
Anno: 1976

Alan Parsons nasce come fonico, con velleità di produttore, facendo gavetta negli studi EMI di Abbey Road verso la fine degli anni 60, ciò significa che era in studio a collegare cavi durante le ultime registrazioni di The Beatles.
Nel 1970, i Pink Floyd avrebbero per primi messo il suo nome in copertina, accreditando il suo lavoro per l’album Atom Earth Mother. La band aveva realizzato poco più che un provino per la celebre suite che dava il titolo all’album e a renderla coesa e immortale, così come la conosciamo oggi, fu il lavoro di post produzione di Ron Geesing (orchestrazione), Peter Brown (missaggio) e Alan Parsons (assistente). Il giovane Alan dimostrò una dimestichezza tale con la strumentazione a bassa frequenza che la band di Roger Waters lo convocò per il capolavoro The Dark Side of The Moon. L’aver contribuito a quel disco, come è facile immaginare, ha permesso a Parsons di godere di una certa celebrità di riflesso, tale da convincerlo a tentare di sfondare con una sua personale band. Coinvolse il compianto Eric Woolfson , un autore inglese che aveva scritto qualche successo per i Tremeloes, per Marianne Faithfull e per gli Equals di Eddy Grant e che, in quegli anni, stava avendo un certo successo come manager di Carl Douglas, e convocò alcuni musicisti tra quelli che aveva visto gravitare per Abbey Road per dare vita a The Alan Parsons Project che, come si evince dal nome, cercava di andare oltre il concetto classico di band. Parsons e Woolfson avevano organizzato il progetto in modo di esserne gli unici elementi statici ma poi l’idea di avere sempre una vera orchestra in fase di produzione li convinse a coinvolgere Andrew Powell (direttore della Philarmonia Orchestra) che divenne immediatamente il terzo cardine fondamentale della formazione. Il resto dei musicisti, nonostante l’intenzione originale fosse di convocare i turnisti a seconda delle necessità, finirono per rimanere piuttosto fedeli negli anni al Project, almeno fino ai primi anni ’90. 

Il periodo è la metà degli anni ’70 quando il Rock Progressivo aveva ancora una certa rilevanza discografica, sicché The Alan Parsons Project si mosse in quella direzione, spingendo in modo evidente verso un uso dell’elettronica che lo avvicinava alle sperimentazioni del Kraut Rock. Le tematiche, invece, traevano ispirazione dalla letteratura e se l’esordio si prese la briga di sonorizzare i Racconti straordinari di Edgar Allan Poe, con il successivo, qui presente, I Robot venne illustrato un mondo futurista partendo da un racconto di Isaac Asimov. L’autore americano venne contattato da Parsons che gli illustrò il concetto e gli chiese l’autorizzazione per l’utilizzo del titolo. Purtroppo, sebbene Asimov fosse affascinato dall’operazione, fu costretto a chiedere di modificare il titolo a causa di un vincolo che lo legava ad una TV americana che aveva già ottenuto i diritti per la realizzazione di un film. Fortunatamente bastò togliere la virgola e I, Robot divenne I Robot. Nell’interno della copertina gatefold venne anche stampato il concept che lo “avvicinava” in maniera sottile al racconto di Asimov: “I Robot… The story of the rise of the machine and the decline of man, which paradoxically coincided with his discovery of the wheel… and a warning that his brief dominance of this planet will probably end, because man tried to create robot in his own image” (Io Robot… La storia dell’ascesa della macchina e del declino dell’uomo che coincide paradossalmente con la scoperta della ruota… un avvertimento che la sua breve dominanza in questo pianeta probabilmente finirà a causa del fatto che ha cercato di creare il robot a sua immagine).
Già da sola, la tematica fantascientifica bastava a giustificare qualche azzardo tecnologico e le capacità tecniche del titolare riuscirono a permettere la confezione di un disco tra i più innovativi del decennio. Sia pur (forse) inconsapevolmente, I Robot riuscì nel difficile compito di portare un lavoro altamente sperimentale in classifica. La direzione pop dell’opera non svalutò in alcun modo il disco: tutte le componenti per entrare nelle grazie del pubblico più esigente erano al loro posto: elettronica, sperimentazione, concept e precisione venivano applicati ad una struttura fondamentalmente leggera che consentì al disco di affascinare i fruitori occasionali e perfino i DJ da discoteca che avevano intuito il potenziale dance di alcune tracce (vedi ad esempio il singolo I Wouldn’t Want to be Like You).
Certo, a sentirlo oggi è difficile immaginare quanto fosse avanti ma certe intuizioni tipiche della musica leggera degli anni a venire vennero esplorate qui per la prima volta. Ciò che la Disco Music prima e la New Wave più tardi avrebbero inserito regolarmente nelle proprie produzioni (l’orchestra, l’elettronica…) erano già tutte presenti su I Robot che inventò, in qualche modo, una nuova scuola per l’AoR, genere tra i più bistrattati del Rock’n’Roll. Un brano come Some Other Time (con la voce di Steve Harley) ne è uno degli esempi più brillanti e non è da escludere che formazioni come Supertramp, Electric Light Orchestra e Steely Dan siano riuscite a mollare i freni in favore di una virata commerciale efficace e fruttuosa proprio grazie a I Robot.
Nucleus, un brano strumentale fortemente influenzato dall’elettronica dei primi Kraftwerk e di Klaus Schultze, riuscì a incanalarsi con facilità nel filone della disco elettronica inventata da Giorgio Moroder il quale non negò mai di aver preso ispirazione da questo disco per le sue storiche produzioni di qualche anno dopo (From Here to Eternity, I Feel Love ecc…). A Powell venne data la possibilità di inserire un brano autografo (Total Eclipse) che si inseriva splendidamente nella scaletta creando, in circa due minuti e mezzo, un immaginario stralunato, cogliendo gli insegnamenti di compositori contemporanei come Xenakis, Ligeti e Cage e creando l’atmosfera giusta per il numero conclusivo (Genesis Ch.1. V.32), denso di quell’epica ridondanza che aveva permeato Atom Earth Mother dei Pink Floyd: cori enfatici e l’orchestra sinfonica si insinuano pesantemente nello svolgimento del pezzo che porta a una conclusione curiosa e innovativa (per il pop) di cui fa perte un intero minuto di perfetto silenzio.
Gli altri pezzi del disco, sono più semplicemente brani pop-rock incentrati sullo sviluppo classico della musica leggera, capaci di prendere ispirazione dall’avanguardia ma anche dalla musica nera (The Voice) e dal progressive leggero degli Yes (Day After Day).

 

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