Etichetta: Warner
Tracce: 11 – Durata: 41:34
Genere: Pop Rock
Voto: 8/10

Johnny Marr torna, un anno dopo The Messenger, con il secondo album solista, Playland. Se dovessimo avere un’idea dalla copertina, sarebbe quella di un musicista stufo di essere considerato la metà meno-glamour degli ex-Smiths, presentandosi in versione super fighettona con tanto di tintura nei capelli per giustificare la tenuta Mod vagamente giovanilista. In realtà non saremmo troppo lontani dalla realtà perché il disco punta proprio a una maggiore visibilità, a scapito di un po’ di originalità.
Poco male, di sicuro non siamo qui per giudicare una legittima scelta professionale né quelle di abbigliamento. Al limite possiamo solo un po’ stupirci perché sono atteggiamenti che somigliano di più a quelli del suo ex socio Morrissey che, ai tempi in cui lavoravano assieme, riuscivano a combinarsi perfettamente con l’antidivismo di Marr. Ma, dicevamo, siamo qui per ascoltare il disco e, al pari dell’album del suo ex cantante, Johnny realizza uno dei numeri migliori della carriera post-Smiths. 
Playland punta ad accorciare le distanze tra il chitarrista e il suo pubblico, cercando una strada maggiormente fruibile, concentrando le composizioni su riff contagiosi, bei ritornelloni efficaci e una leggerezza di fondo che potrebbe aiutarlo anche nell’airplay.
L’attacco con Back in The Box ha un sapore molto Rock ma il gusto sopraffino di chi ha inventato un modo elegante di suonare la musica più ribelle del mondo. La metti a suonare e un minuto dopo la sai a memoria. Lo stesso effetto che fa il singolo Easy Money che ci ricorda che c’era proprio Johnny Marr dietro al progetto Electronic di Bernard Albrecht. È un singolo con tutti i crismi, con un riff micidiale e un tormentone degno dell’epoca bubble gum di Lally Stott.
Johnny non frena quasi mai, sa che la ballad non è la sua tazza di the e ce ne mette una sola (Candidate), così per spezzare un po’ la tensione, ma gli riesce così-così. Si impegna, la impergna di marritudine e la fa crescere, aumentando il volume del distorsore. È salvo!
La fatica maggiore, per uno come lui, è sicuramente quella di dimostrare di avere un’identità che riesce a stare bene anche senza le doti vocali di Moz. Lui non è un cantante di quel genere, anzi, si può dire che non sia proprio un cantante ma con impegno ed eleganza, canta tutti i suoi pezzi, sapendo benissimo di dover puntare su qualcosa d’altro e quelle sei corde, che lui sa manovrare con tanta classe, alla fine, riescono a rendergli giustizia.
Non è un disco da annali, ma si mantiene sempre su un buon livello di qualità, tenendo alto il nostro interesse, facendo sentire che molti ragazzi più giovani (Dai Franz Ferdinand agli Arctic Monkeys) in fondo gli devono qualcosa.
In qualche brano (ad esempio 25 Hours) Marr riesce a smuovere le emozioni più quando suona che quando canta: un riff strumentale, un middle-eight degno dei Beatles e una lunga coda che cambia ottave in modo divertito, sono i momenti più toccanti.
Solo un brano di tutto il pacchetto (The Trap) fa esclamare la frase “ah, se questa la cantasse Morrissey!” ma, stavolta, non è un difetto. È, al contrario, il modo che Johnny ha per dimostrare che l’azzardo di rimettere in scaletta alcuni vecchi pezzi della band per i suoi concerti recenti, è giustificata dalla voglia di metterci la faccia anche quando quella dell’ex amico è palesemente quella più giusta.
Insomma: un disco di pop con le chitarre, senza proclami e senza manie di grandezza con il “mestiere” che serve a mettere in moto qualcosa che sembra un gioco. Quanti altri possono permetterselo?

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