Etichetta: Microclima
Tracce: 10 – Durata: 38:30
Genere: Pop Rock, Cantautori
Voto: 6/10

Mario Venuti, dopo l’anniversario per i trent’anni dei Denovo, si appresta a festeggiare quello per i venti della sua attività solista. Il tramonto dell’occidente è il suo ottavo album che inaugura anche una collaborazione azzeccata con Francesco Bianconi che aggiunge due mani a quelle collaudate della coppia Venuti/Kaballà, al servizio di otto nuove canzoni (e mezzo*) più una cover.
Se avete sentito Ventre della città, il primo singolo uscito qualche mese fa (video in calce) e mandato in promozione fittissima in una pazzesca rotazione radiofonica, vi sarete resi conto che l’estro di Bianconi si sposa bene con quello di Venuti che riesce a mediare la leziosità talvolta scivolosa del leader dei Baustelle con la concretezza che lo contraddistingue. Una percezione che percorre tutta la stesura dell’album dimostrando che Bianconi ha, volenti o nolenti, una sua cifra stilistica piuttosto evidente. 
Il tramonto dell’occidente, che mutua il titolo da un’opera di Oswald Spengler, è un album piacevolmente sorprendente che, nell’opera di Mario Venuti, si configura come uno dei momenti meglio riusciti della sua discografia. Per la prima volta, infatti, il cantautore riesce a mettere in scena un lavoro scevro di quella vaga approssimazione che spesso permeava i suoi dischi. Stavolta c’è un buon lavoro di produzione e l’album suona in maniera lineare, senza che si arrivi mai a pensare che… si potesse osare un po’ di più. Ma. Non c’è sperimentazione, al contrario il gioco sembra volgere verso quella dignitosa leggerezza che ha reso grande il suo principale maestro, Franco Battiato (ospite nella canzone I capolavori di Beethoven). Ma la scelta di aprirsi a una collaborazione con un autore “ingombrante” come Bianconi, non è l’unica sorpresa del disco che si arricchisce anche di altre guest star efficaci e pertinenti. Giusy Ferreri, su Ite missa est, è stupendamente in parte e sembra l’uovo di Colombo di un’interprete che ha sempre dovuto faticare per superare lo scoglio che la lega a X Factor. Battiatesca, inevitabilmente, è anche l’apparizione di Alice, che duetta su Tutto appare, per un breve ma calibratissimo intervento, perfetto per riportare alla luce una delle più interessanti voci della nostra musica leggera, troppo spesso soffocata da eccessi di ricercatezza. Al giovane Nicolò Carnesi, invece, spetta l’arduo compito di partecipare al numero conclusivo (L’alba), storicamente considerato come quello che deve lasciare un segno tale da convincerci a ritornare dall’inizio. 
Del pacchetto fanno parte anche due piccole divagazioni: *la prima (Perché?) è una composizione concreta in cui il Concerto all’aperto di Giorgio Federico Ghedini accoglie i frammenti delle canzoni del passato di Venuti in cui pronuncia la domanda del titolo, la seconda, invece, è una cover di Ashes of American Flags dei Wilco, con testo e titolo (Ciao american dream) in italiano. Sebbene il risultato sia vagamente discutibile, rimane un buon metodo per avvicinare Mario Venuti a pubblico nuovo, che forse non si aspettava di trovarci questa sua passione.
In generale è un buon album, che non sfiora mai delle vere cadute di stile (nemmeno quando Bianconi canta in siciliano Passau a cannalora) e si concede perfino una citazione beatlesiana (Arabian Boys) che ripercorre la psichedelia di Tomorrow Never Knows arricchendola delle atmosfere arabe richieste dal tema. Si tratta, probabilmente, dell’album “della maturità” richiesto a questo punto della carriera a un cantautore come Mario Venuti.