Etichetta: Warner Bros.
Tracce: 13 – Durata: 51:24
Genere: Avanguardia, Rock, Elettronica, Tributo
Voto: 7/10

Non nuova come operazione, sia dal punto di vista di The Flaming Lips, che in passato avevano riservato lo stesso trattamento al capolavoro dei Pink Floyd, The Dark Side of The Moon, sia dal punto di vista strettamente statistico, essendo l’ottavo album di The Beatles uno dei più celebrati dell’intera storia del Rock’n’Roll ma, visto che l’operazione è a carico di una delle band più stralunate, dissacranti e folli del panorama, With a Little Help From my Fwends si colora di qualcosa che va oltre il tributo. A volte, sembra quasi di assistere al suo esatto contrario: l’operazione di disfacimento di un caposaldo, universalmente riconosciuto come una pietra miliare. E insomma: The Flaming Lips hanno rifatto, brano per brano, tutto Sgt.Pepper’s Lonely Heart Club Band e lo hanno fatto rendendo ostico il più brillante dei monumenti pop, il disco che più di ogni altro, è riuscito ad entrare nelle grazie di svariate generazioni. 
Se non fosse per un inequivocabile piglio ironico, sarebbe da liquidare immediatamente come qualcosa di blasfemo e irriverente ma poi ti ci impegni e ti accorgi che l’operazione contiene un messaggio potente che si affianca a quello che sentite recitare come un mantra da qualche anno: il rock non ha più nulla da dire. Non c’è innovazione? Buttiamo tutto in vacca e facciamola sembrare un’opera d’arte.
Della partita anche un nugolo di ospiti che danno il loro contributo allo sfacelo: My Morning Jacket, MGMT, Miley Cyrus, Moby, Tegan And Sara, J Mascis, Foxygen, Juliana Barwick, Phantogram e molti altri, si danno appuntamento al circo di Billy Shear, sguinzagliando clave con Mr. Kite, incontrando e massacrando l’adorabile (Lovely) Rita, passando per Vera, Chuck and Dave, spaventando gli animali in cortile e mettendo un filtro distorto su ogni cosa. Pensavate che Pepper fosse ancora un capolavoro? Ebbene, non è proprio così: stavolta è diventato un veicolo di disturbo, dove perfino la struggente She’s Leaving Home ci fa sperare che l’adolescente scappi di casa e subisca un incidente a causa di chi doveva riparare i buchi (Fixin’ a Hole) e invece ne ha lasciato aperto uno che le sarà fatale. Nulla andrà meglio, nonostante Getting Better sia rimasta lì, al suo posto in scaletta, e man mano che le tracce si susseguono, il peggioramento si fa più inquietante. Pian piano i Flaming Lips si appropriano di un classico e lo riducono in pappa, andando contro a chi sostiene che si tratti di qualcosa di intoccabile e inattaccabile. 
L’operazione ha un sapore che supera la provocazione: è deliziosa nella sua intenzione di lasciare ogni canzone intatta ed è devastante nella sua capacità di uscire dai confini della decenza, facendo scempio di qualcosa che credevamo dovesse appartenerci definitivamente. 
L’ascolto rasenta l’oltraggio ma è impossibile fermarlo. Siamo tutti lì in attesa di conoscere la (mala)sorte che toccherà a Whitin You Without You e ad A Day in The Life e, alla fine, li ringraziamo per aver reso il miglior servizio al disco dei Beatles, lasciandolo intatto nella sua grandezza. Ci dimostrano che nemmeno un affronto così coriaceo raggiunge l’ingiuria. Come se volessero dimostrare che, davvero, il rock non ha più nulla da dire e che il suo picco sia ancora fermo a quel 1967.
Un tributo per chi non ha mai compreso le qualità dell’originale che, adesso sì, potrà finalmente capirne l’immensità.
In streaming integrale su NPR.

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