Etichetta: Woodworm Music
Tracce: 12 – Durata: 52:32
Genere: Pop Rock, Cantautori
Voto: 8/10

A tre anni da Hermann, Paolo Benvegnù torna con un disco che, fin dal titolo, si presenta come un quadro esistenziale volto a confrontarsi con gli abitanti di questo “ipotetico” albergo Terra, osservandoli dall’ultimo piano.
Earth Hotel è quindi una sorta di concept senza le caratteristiche tipiche dei concept-album anni ’70 ma, piuttosto, segnato da un filo conduttore al servizio di alcune nuove canzoni. Canzoni che, per chi conosce Benvegnù, appaiono in perfetta linea con la sua produzione, piene di parole e di racconti, adagiate su telai musicali di grande valore, curati con dovizia e professionismo assieme a Michele Pazzaglia. Nonostante divagazioni inevitabili, l’album ruota principalmente attorno alle relazioni interpersonali, mettendo le persone, noi, al centro dell’attenzione, basandosi in prima analisi sulle capacità di percepire i nostri simili come l’elemento fondamentale per sopravvivere. 
L’aspetto intellettuale dell’autore, stavolta, riesce a stare perfettamente al passo con la materia leggera della musica di consumo, offrendo un modo ineccepibile di rapportarsi al suo mestiere, facendone un veicolo professionale ma mantenendo sempre alto il livello di creatività, qualità principale di chi fa del proprio lavoro un’arte o viceversa.
Musicalmente Earth Hotel si dimostra pronto ad affrontare il suo aspetto “live”, con arrangiamenti che prediligono gli intrecci della chitarra, affrontando tanto il Rock americano quanto quello del Vecchio Continente sul quale viene applicato un delizioso filtro italiano, capace di evocare Giorgio Gaber, il Banco del Mutuo Soccorso e perfino Faust’o, non tanto per vicinanze musicali quanto piuttosto per per l’uso della lingua inglese alternato a quello dell’italiano.
E il linguaggio specifico, assieme a quello poliedrico scelto per la musica, evidenzia il bisogno di Paolo di esprimersi in modo da raggiungere più persone possibili, con la fortuna di affidarsi a un gruppo di musicisti che, come di consueto, si dimostrano indissolubilmente legati al suo lavoro di scrittura, con una coesione che sembra quella di una vera band, lontana anni luce dal concetto di session-man.

Non è un disco che sorprende: Benvegnù ha trovato una sua linea e la percorre con elegante coerenza, però è un lavoro che nasconde molte gemme da scoprire ascolto dopo ascolto. Se di primo acchito può suonare come “il solito disco di Benvegnù”, pian piano comincia a lasciare tracce nelle nostre orecchie finendo per portarle direttamente nella nostra anima, dove rimarranno sicuramente a lungo.