Etichetta: Urtovox / AlaBianca
Tracce: 11 – Durata: 43:03
Genere: Pop Rock
Voto: 6/10

Ed eccoli di ritorno da Berlino, …A Toys Orchestra, dove sono stati a registrare il nuovo Butterfly Effect sotto l’egida di Jeremy Glover (già con Crystal Castle e Liars) allo scopo di ottenere quel sound internazionale che rincorrono fin dagli esordi. E lo trovano, questo è poco ma sicuro, perché il nuovo disco non ha niente da invidiare alle produzioni che riempiono le classifiche indie dei paesi d’oltralpe. Solo quello, però. Perché nel disco, contrariamente a quanto evocato dal titolo, si percepisce un lavoro di lima un po’ troppo invadente, quello stesso che la band di  Agropoli ha, in qualche modo, sempre cercato di sviare, riempiendo gli album di mille ingredienti e sapori, facendoci riconoscere la loro passione per The Beatles e per T-Rex ma anche per Notwist e dEUS.
Butterfly Effect, invece, punta a uniformare applicando un metodo livellatore piuttosto innaturale, che tiene la band su binari chiari e inequivocabili che potrebbero anche giocare a loro sfavore, in particolare nella prova estera.
Una band sfaccettata e multicolore come la loro ha un grande potenziale di incuriosire il pubblico ma, in questa occasione, ci sembra che il tentativo sia unicamente quello di farli apparire come gli eredi degli Arcade Fire in un momento in cui, per altro, anche gli originali tendono a percorrere una strada che li smarchi da un cliché piuttosto scomodo.

Detto questo, il disco pullula di brani orecchiabili e piacevoli che non mancheranno di piacere ma che sembrano “confezionati” per arrivare a un traguardo prima ancora che per fare semplicemente musica. Tra essi spicca Quiver, ballata dal sapore malinconico che non mancherà di far battere qualche cuore e che sorprende per il raffinato arrangiamento che unisce arpeggi elettronici con riff di chitarra elettrica e pennate mid-tempo degne delle ballate Soul di Otis Redding. L’interpretazione vocale non è altrettanto all’altezza ma, per via di tutto il resto, si riesce a chiudere un occhio. Lo stesso si può dire di un pezzo come Mary, delizioso brano in odore di Glam Rock stile Marc Bolan ma dimentica a casa la carica sexy.
Insomma, tutto realizzato con molta cura ma con un lavoro eccessivo di cesello che toglie un po’ di sudore e di immediatezza. 
Auguro all’orchestra di riuscire nell’intento, qualunque esso sia, in modo da poterli riascoltare scevri dalle imposizioni che, da questo disco, escono più forti del rullante.